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09/18 - Euro o non Euro? Come stimolare la crescita economica [3/3]

 

Negli articoli precedenti abbiamo visto i motivi che hanno reso difficoltosa la convivenza con l’euro e i costi che dovremmo sostenere per l’uscita dalla moneta unica. Abbiamo quindi iniziato ad analizzare alcuni peccatucci che ostacolano uno sviluppo economico duraturo e sostenibile. Dopo aver affrontato i problemi dell’evasione e dalla corruzione, affronteremo burocrazia, lentezza della giustizia, crollo demografico e divario tra Nord e Sud. Ci faremo sempre aiutare dal prof. Carlo Cottarelli (“I sette peccati dell’economia italiana” ed. Feltrinelli).

La burocrazia italiana, nonostante gli sforzi fatti negli anni scorsi, è ancora un rilevante ostacolo. Nel 2007 si contavano 21.691 leggi in vigore, solo a livello centrale. Negli ultimi 10 anni si sono ridotte a poco più di 10.000 alle quali vanno aggiunte le regionali: circa 25.000 (in Francia sono 10.000, Germania 5.000, Regno Unito 3.000). Il tasso di crescita negli ultimi anni si è ridotto, ma la qualità è negli anni peggiorata: queste leggi scritte male rendono il quadro normativo assai precario. Uno studio condotto tra il 2008 e 2012 indica in 31 miliardi i costi sostenuti dalla piccola e media impresa per la burocrazia (l’IRES è pari a 30-35 mld). La riduzione dei costi amministrativi porterebbe ad un aumento del PIL, ma soprattutto attrarrebbe investimenti esteri. Perché tanta burocrazia? In primo luogo per il ruolo preponderante che lo Stato svolge nella nostra economia: la tendenza a considerarlo come il soggetto che in prima istanza deve farsi carico dei problemi (“deve pensarci lo Stato”). Anche nei paesi nordici, pur essendo ai primi posti nelle classifiche economiche, lo Stato ha un ruolo preminente. Il problema in Italia è che questo intervento esteso si abbina ad una cultura estremamente individualistica e alla mancanza di capitale sociale. Spesso inoltre le regole vengono applicate con estrema lentezza e incertezza in quanto il funzionario non viene misurato sull’efficienza. La recente riforma Madia della PA andava nella direzione giusta con un migliore legame tra retribuzione e performance. Cosa altro fare? Alcuni interventi sono dettati dal buon senso: de-legiferare il più possibile, scrivere poche e buone regole, introdurre una validità a tempo di talune leggi. Forse la vera strada sta in una riduzione dell’intervento dello Stato e delle sue regole, limitandole alla salvaguardia della concorrenza e dell’interesse comune. Poche regole ma buone. Infine le regole rimaste vanno rispettate.

La lentezza della giustizia in Italia è uno dei principali motivi che ostacolano gli investimenti e il buon andamento economico. Il Nord è meno lento del Sud (nel periodo 2006-2012 la durata delle cause va da una media di 744 giorni in Piemonte e Lombardia ai 1398 gg in Campania e Calabria), ma è comunque più lento del resto dell’Europa (499 gg in Germania, 437 nel Regno Unito, 395 in Francia). La litigiosità di noi italiani è andata crescendo: da 1.100.000 cause pendenti nel 1975 a 5.700.103 nel 2009. Abbiamo assistito recentemente ad una riduzione dei tempi nei primi 2 gradi di giudizio, restano alti i tempi in Cassazione. Gli effetti sull’economia sono pesanti: 1) si preferisce investire dove la giustizia è celere; 2) le imprese piccole abbondano dove la giustizia funziona male; 3) i paesi dove la giustizia funziona bene sono paesi che innovano di più e che esportano di più; 4) le banche prestano più facilmente nei paesi dove il corso della giustizia è più rapido. Quali sono le motivazioni? L’Italia spende lo 0,5% del PIL per la giustizia, come la Germania e più della Francia. Il carico è elevato per l’alta litigiosità tutta italica. Negli ultimi anni si è intervenuti sulle regole e sulle strutture. Cos’altro si può fare? Anche la giustizia trarrebbe giovamento da una riorganizzazione delle attività incentivando espliciti obiettivi di riduzione dell’arretrato e migliorando la misurazione oggettiva dell’operato dei tribunali.

Il crollo demografico registrato dalla metà degli anni 70 è un altro dei vincoli alla ripresa economica, forse il più preoccupante. Beninteso una popolazione stazionaria non crea problemi, ma se invecchia soprattutto in modo rapido allora i prezzi da pagare sono davvero elevati. In Italia si invecchia sia per l’aumento dell’aspettativa di vita che per il calo della natalità. Il fenomeno è diffuso in moltissimi paesi, ma da noi l’invecchiamento è tra i più rapidi che si siano registrati nei paesi avanzati. Fino a metà degli anni 70 la popolazione cresceva di un 3% ogni 5 anni. Ha poi subito un drastico calo negli anni seguenti: dal 2015 è iniziata la decrescita. L’età media nel 1970 era di 32,8 anni (nella media europea), nel 2015 è salita a 46 anni. Il tasso di natalità (nati vivi / 1000 abitanti) che fino al 1969 era 18, nel 2016 è sceso a 7,8. Una popolazione che invecchia ha pesanti effetti sotto molti punti di vista. Il fatto che le giovani generazioni debbano produrre di più per mantenere le vecchie è una costante a prescindere dal sistema pensionistico. Ma quando il numero di figli si riduce e i genitori vivono più a lungo questo mantenimento diventa difficoltoso. Per ovviare ci sono due modi: si risparmia di più per aver più risorse una volta anziani e/o se si vive di più occorre lavorare di più. Da qui le riforme pensionistiche verificatesi dagli anni 90 fino alla legge Fornero. Nonostante questo, il peso del sistema pensionistico è salito dal 7,4% del PIL nel 1970 al 17% attuale. Questo comprime tutte le altre forme di spesa, comprese quelle che sostengono la crescita. Perché facciamo meno figli? Studi econometrici dimostrano che la recessione economica ha poca influenza sulla fertilità, mentre hanno un peso più rilevante i costumi sociali mutati dagli anni 70. Al momento l’unico argine al calo è l’immigrazione che, è noto, causa pesanti tensioni sociali soprattutto se male gestita. Un flusso ordinato e graduale di immigrati che si integrino bene nella cultura non può che fare bene all'economia. La Svezia ha sperimentato con successo politiche di sostegno alle famiglie con figli, costosa, vero, ma là le tasse le pagano tutti. Qui le politiche sono state poche, poco coordinate e poco incentivanti. Sarebbero opportuni interventi lungimiranti in questa direzione.

Il divario tra Nord e Sud è un tema piuttosto noto. Se è vero che all'epoca dell’unificazione il Sud vantava un livello economico di tutto rispetto (nel 1856 le Due Sicilie erano il 3.o paese industrializzato dopo Inghilterra e Francia), oggi il Sud Italia sconta una notevole arretratezza. Sulle cause si dibatte, ma tant'è la situazione è questa. Al netto del minor costo della vita il reddito al Sud è oggi il 70% di quello al Nord. Perché il reddito al Sud è più basso? Sia perché chi lavora al Sud è meno produttivo (-23%), sia perché lavorano meno persone rispetto alla popolazione, anche perché il lavoro continua a non esserci. Questi divari geografici esistono pure in altri paesi, ma non sono così alti, diffusi e duraturi. Evasione fiscale, indici di corruzione, crollo demografico nel Sud sono più elevati. Vi sono differenze molto forti anche nel “capitale sociale“ (~ interesse per gli altri) e nel “capitale umano” (es. istruzione). Anche il saldo dei conti pubblici vede il Sud in profondo rosso: mentre al Centro-Nord negli ultimi decenni i conti sono stati in ordine (con un surplus), quelli al Sud hanno generato persistenti ed ampi deficit. In parte per la situazione lavorativa più favorevole al Nord, ma anche per le politiche di sostegno al reddito mirate al Sud, con politiche di eccessiva occupazione pubblica (es. forestali). Il basso reddito generato nel Sud ha pesanti effetti anche sul PIL. Se il reddito pro capite fosse pari a quello del resto del Paese comporterebbe un PIL più elevato del 18%. Quali sono le possibili soluzioni? Per l’esperienza del passato la soluzione non può passare da ulteriori trasferimenti da Nord a Sud che sono stati e continuano ad essere massicci: un loro aumento sarebbe inutile e politicamente impossibile. Le risorse non mancano, si tratta di inefficienza e di errate priorità nei servizi. Si deve rendere più interessante investire capitale privato. Riduzioni fiscali hanno dimostrato di avere un ruolo marginale nell'agevolare investimenti. Maggiori effetti si avrebbero lasciando spazio alla contrattazione salariale locale e aziendale (se la produttività è più bassa l’investitore non ha interesse a pagare la stessa cifra che pagherebbe al Nord). L’intervento dello Stato dovrebbe riguardare l’efficientamento dei propri apparati in ogni settore, ma soprattutto della giustizia, la lotta alla corruzione e alla criminalità. Si deve infine rafforzare il capitale sociale: è qui che devono essere messe eventuali ulteriori risorse, investire nelle persone rafforzando la pubblica istruzione, togliendo i ragazzi dalle strade e costruendo un pezzo alla volta una nuova coscienza civile (peraltro non del tutto assente: basti pensare a Falcone e Borsellino). Avrebbe dovuto essere fatto tempo fa, vero, ora è necessario recuperare il tempo perso o almeno evitare ulteriori ritardi.

Siamo giunti al termine. Chi ha avuto la costanza di leggermi fino a questo articolo si è reso conto di quanto complesse e articolate siano le cause della nostra arretratezza economica alla luce di serie analisi scientifiche. Le modalità per risolverle sono ovviamente politiche, ma non possono prescindere dai numeri e dalle regole. In ogni caso, sta a noi scegliere se mettere a frutto i talenti dei quali siamo indubbiamente dotati oppure nasconderli sotto terra tornando ad operare secondo pratiche inefficaci e un poco truffaldine per paura di affrontare i veri problemi.

Marco Esposito

 

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