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08/18 -Euro o non Euro? Come stimolare la crescita economica [2/3]

Nel precedente articolo abbiamo analizzato la situazione di stallo della economia italiana dopo l’ingresso nell’euro. Abbiamo visto come l’uscita dalla moneta unica potrebbe ridare alla nuova lira la possibilità di svalutazione al prezzo di una riduzione del potere di acquisto dei salari e di una fase turbolenta durante la quale potemmo dover subire l’umiliazione dell’intervento del Fondo Monetario Internazionale (vedi Grecia). La svalutazione pur rendendo temporaneamente più competitivi i prodotti nazionali, verrebbe presto riassorbita da spinte per aumenti salariali che renderebbero necessarie ulteriori svalutazioni con effetti a spirale sull’inflazione e sul costo del debito pubblico. Tutti motivi che ci hanno indotto ad entrare nell’euro.

La domanda è dunque: esiste un modo diverso per ridare slancio all’economia? È innegabile che il principale ostacolo a qualsiasi manovra pubblica di rilancio è il debito pubblico che ha raggiunto il 130% rispetto al PIL (debito/PIL =130%) e ci espone al rischio di attacco da parte dei mercati. In parole semplici: rinnovereste il prestito ad una persona che per ripagarvi dovrebbe lavorare senza mangiare per 1 anno e 4 mesi e che al momento non ha un lavoro stabile? Potreste rischiarla, ma solo se ne vale la pena, ovvero solo se il tasso di interesse è molto alto.

Dallo Stato non potremo aspettarci grandi interventi comportanti spesa a sostegno, non sarebbero credibili e quindi avrebbero effetti limitati e poco efficaci. Al più è lecito aspettarci manovre atte a ridurre alcuni peccati capitali dell’economia italiana. Tra questi: l’evasione fiscale, la corruzione, l’eccesso di burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra nord e sud. Continuando a farci aiutare dal prof. Carlo Cottarelli, entriamo un poco nel dettaglio: proveremo a fare parlare i numeri e gli studi statistici sin qui raccolti sull’argomento.

L’evasione fiscale in Italia è tre le più alte in Europa, siamo al terzo posto dopo Malta e Grecia. Nel 2016 le tasse pagate sono state 731 miliardi pari al 42,6 % del PIL (in Europa andiamo dal 34% UK, 37% Spagna, 40,5% Germania e Francia poco meno del 48%) Nel calcolo del PIL c’è anche però il sommerso, in Italia molto alto (pari al 13% del PIL nel 2014) sul quale non si pagano le tasse, quindi il livello di tassazione per chi le tasse le paga sale a oltre il 48%. Una stima dell’evasione parla del 24% ovvero quasi 1 euro su 4 di tasse non viene pagato. Gli effetti sull’economia sono pesanti: un dato per tutti se dal 1980 l’evasione fosse stata più bassa solo di 1% del PIL il nostro debito pubblico sarebbe ora del 70-75% sul PIL o le tasse agli “onesti” sarebbero inferiori del 20%. Perché si evade così tanto? Vi sono ragioni strutturali: il lavoro autonomo, in tutti gli stati, è quello con la maggiore evasione. Anche nelle aziende di piccole dimensioni si evade di più. Il problema è che partite iva e piccole aziende con pochi impiegati (<10) sono preponderanti in Italia (producono il 30% del PIL contro il 10% in Germania), peggio di noi, guarda caso, la Grecia, campione di evasione. In Italia si utilizza molto contante (83% delle transazioni contro 65% media europea) e il contante facilita l’elusione dei controlli.  Altra causa è la struttura della politica fiscale per 3 motivi. 1) Si evade perché le tasse sono troppo alte. È alto anche il costo degli adempimenti burocratici per il pagamento; 2) la tassazione è praticata su attività che si possono facilmente nascondere (evasione IVA è 27-28%): avrebbe effetti più certi la tassazione degli immobili, riducendo ovviamente le altre; 3) la debolezza dell’apparato repressivo: sovrapposizioni tra organi diversi e scarse penalità o addirittura vantaggi per gli evasori (si pensi ai condoni); 4) il nostro scarso senso civico o mancanza di “capitale sociale” alla base di quasi tutti i nostri peccati ricordati in premessa. Va detto che la lotta all’evasione negli ultimi 35 anni ha dato qualche risultato, ma siamo ancora lontani dalla media europea. Cosa si può fare per ridurla ulteriormente? La strada più praticabile è ridurre l’uso del contante per aumentare la tracciabilità delle transazioni (ad esempio rimborsando l’IVA per transazioni elettroniche a persone con reddito basso). Si può migliorare la struttura della tassazione e semplificarne il pagamento. Una cosa è certa: una riduzione delle tasse fatta in modo credibile, finanziandola con un risparmio di spesa, è oltremodo necessaria per aumentare la competitività e la produttività italiana.

La corruzione è un altro dei peccati dell’economia italiana. Quanta corruzione c’è in Italia? Pur essendo difficile da determinare con precisione alcune stime sono state fatte attraverso alcuni indicatori: la percezione da parte della popolazione, il maggior onere delle opere pubbliche rispetto a situazioni analoghe, ecc. Gli esiti confermano che rispetto agli altri paesi avanzati la corruzione è più diffusa, soprattutto nella Pubblica Amministrazione (PA). È più diffusa al Sud che al Nord (deve non è affatto assente). La corruzione dopo Tangentopoli ha cambiato i tratti: quella politica centralizzata si è ridotta, ma quella decentrata e quella burocratica continuano a prosperare (Piercamillo Davigo). La corruzione ha pesanti effetti non solo sull’economia. Alimenta infatti un modello non meritocratico, da “furbetto di quartiere”. Dal punto di vista economico comporta un incremento del costo delle opere. Basti pensare che dopo Tangentopoli il costo per 1 km della metropolitana di Milano è passato da 300-350 miliardi di lire (1991) a 97 mld/km nel 1997, per Malpensa il costo stimato pre Tangentopoli era 4200 miliardi lire ridottosi a 1990 mld lire dopo Tangentopoli (fonte Transaparency International).

Un’economia corrotta riduce anche il PIL danneggiando il meccanismo della concorrenza (sopravvivono i corruttori), distorcendo la spesa pubblica (vanno avanti i progetti con tangenti), aumentando i costi di impresa (sottostare ai controlli ha un costo anche per le imprese oneste). Alcuni studi ipotizzano che una gestione più virtuosa comporterebbe oltre il 30% del PIL in più. Tra le cause: 1) la complessità burocratica che aumenta la discrezionalità dell’ente preposto (e dei burocrati); 2) la mancanza di una educazione all’onestà quasi fosse un “tratto antropologico”; 3) una lotta fin qui condotta poco efficace. Cosa è stato fatto e cosa si può fare. Si è lavorato sulla prevenzione cercando di rendere più trasparente la spesa pubblica, centralizzando la lotta (ANAC), sviluppando piani anti corruzione. Ancora non si è messo mano efficacemente alla semplificazione burocratica e legislativa, semplificazione questa che spunterebbe le armi ai corrotti e corruttori. Sul piano della repressione, dopo una battuta di arresto con la depenalizzazione del falso in bilancio del 2002, le pene si sono inasprite. Si richiedono strumenti di indagini più pervasivi e la possibilità di offrire vantaggi a chi collabora. Certo tutto questo non sarebbe necessario se sviluppassimo una coscienza collettiva, quegli anticorpi civili ad oggi ancora in gran parte assenti. Esempi di politiche anticorruzione di successo ci sono: Hong Kong e la Georgia in pochi anni l’hanno pressoché debellata attraverso deregolamentazione e semplificazione amministrativa, forte autorità anticorruzione e forti strumenti di repressione.

Lo spazio a nostra disposizione è terminato. Mi permetto solo di portare all’attenzione la carenza di anticorpi civili come tratto dominante di questi mali dell’economia (e non solo). In assenza di anticorpi qualsiasi medicina risulta un mero palliativo. Su questo aspetto torneremo ancora nel prossimo articolo conclusivo.

Marco Esposito

 

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