PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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02/18 - Le tentazioni degli operatori pastorali

 

Nell'Evangelii Gaudium, di Papa Francesco, leggiamo l’invito a meditare sulla "gioia" che deriva dall'annuncio del Vangelo e al tempo stesso l’esortazione a chiedersi come renderla tangibile nella vita quotidiana di ciascun credente e di ogni comunità. Nel secondo capitolo il Papa si sofferma sul ruolo degli operatori pastorali e alle tentazioni ai quali sono soggetti.

Chi sono gli operatori pastorali?

Gli operatori pastorali, oltre alle persone consacrate, sono i fedeli cristiani che hanno ricevuto dal Vescovo o dal parroco il compito di svolgere un servizio pastorale in un ambito della vita comunitaria, in virtù del sacramento del Battesimo e della Cresima.

Il Papa riserva un pensiero di fiducia e di gratitudine sull'impegno pastorale della Chiesa e ricorda tutti quanti spendono la loro vita per la comunità e in tutti gli ambiti delle difficoltà umane.

Nonostante questo, anche gli operatori pastorali sono figli di questa epoca e risentono dell'influsso della cultura attuale con tutti i suoi limiti e contraddizioni.

Sì alla sfida di una spiritualità missionaria.

L'analisi delle tentazioni e delle devianze a cui sono soggetti gli operatori pastorali inizia con una critica sul modo di intendere la vita spirituale. Molto spesso questa viene confusa con alcuni momenti religiosi che, nella loro suggestione, offrono un certo sollievo alla propria spiritualità, ma non alimentano l'incontro con gli altri, l'impegno nel mondo o la passione per l'evangelizzazione.

Si assiste talvolta negli operatori pastorali ad una sorta di divario tra ambito privato e missione evangelizzatrice, relegando la missione a un compito circoscritto, senza toccare la sfera della vita privata che si adagia ai canoni imposti, quasi a nascondere con vergogna la loro identità cristiana. Ne deriva un’infelicità che ne indebolisce l'impegno missionario.

Sarebbe necessario abbandonare quell’umanesimo di facciata, alla ricerca, come Gesù, dell'uomo autentico fatto di limiti e aspirazioni, ma sempre motivati da una scelta di fondo per il Signore.

No all'accidia egoista.

Molti laici temono l’invito a realizzare qualche compito apostolico. Così nelle parrocchie si fatica a trovare persone che si dedichino in modo costante alla missione. Assistiamo ad una difesa imperiosa del proprio tempo libero come se l’attività apostolica fosse un veleno pericoloso invece che la risposta gioiosa alla chiamata di Dio. Tale tentazione non risparmia neppure i sacerdoti che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale.

Alla base vi è una errata concezione della missione negli obiettivi e nei modi che porta ad agire senza quella spiritualità che rende desiderabile l’agire. La fatica allora non è serena, ma tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata. Tra le cause il Papa ricorda: obiettivi troppo alti, scarsa pazienza, vanità personali, ma anche maggiore interesse alla “tabella di marcia” più che alla marcia. L’ansia tutta moderna di risultati immediati rende intollerabili un rallentamento, una critica, un apparante fallimento, una fatica o una croce. E’ facile cadere nella delusione abbandonandosi a una tristezza dolciastra senza speranza che si impadronisce del cuore come "il più prezioso degli elisir del demonio ".

L'operatore pastorale deve avere la sapienza umana ed evangelica di tener conto di questa ritmica, dovrà accogliere i momenti di stasi, non dovrà temere critiche e non si farà spaventare dalla croce, né si farà “rubare la gioia dell’evangelizzazione”.

No al pessimismo sterile.

Come Papa Giovanni XXIII anche Papa Francesco mette in guardia dai “profeti di sventura” e ci invita a non rimanere scandalizzati davanti ai mali del mondo, poiché queste sono sfide che costituiscono un criterio di prova, un'occasione di crescita, stimolata dalle difficoltà.

Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l'audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati. Infatti "nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo; chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti".

Sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo.

I nuovi mezzi di comunicazione permettono di creare relazioni "virtuali" senza un contatto diretto e umano. I cristiani dovrebbero invece tenere sempre presente che Dio ci ha pensati in modo solidale e fraterno e questa dimensione ha una forza risanatrice e liberatrice, il contrario avvelena l'uomo. L’esercizio dell’amore fraterno ci induce ad incontrare volti concreti, senza nasconderci dietro a schermi e pulsanti.

E’ il ripiegamento verso una spiritualità malata: il Papa parla di una "spiritualità del benessere" e di una "teologia della prosperità" in cui il credente cerca una esperienza mistica della sensazione e dell'emotività che non impegna nella vita concreta e nel rapporto con l 'altro.

Il vero punto cruciale è cercare di creare una relazione personale con Dio, ma che al tempo stesso coinvolga anche gli altri.

No alla mondanità spirituale.

Fra le tante tentazioni, le più subdole e pericolose sono quelle che il Papa definisce mondanità spirituali, cioè quelle che si fondano sull'apparente interesse per il bene della Chiesa, mentre in realtà puntano all'auto-affermazione e agli interessi personali. Siamo di fronte ad un'aberrazione spirituale che non cerca Gesù Cristo né il prossimo.

Questo modo di intendere la spiritualità si rifugia nell'estetismo liturgico e ritualistico, nelle capacità gestionali di una Chiesa in grado di dominare ancora le scene della politica e della società, capace d'imporsi alla stessa stregua delle altre istituzioni di questo mondo.  Il criterio di un'autentica pastorale, ricorda il Papa, è partire da Gesù Cristo per orientarsi al servizio del fratello povero.

No alla guerra tra di noi.

Dobbiamo constatare l'ingresso nella Chiesa di quelle faziosità e guerre interne che il "diabolos", colui che divide, crea nel cuore degli uomini. Invece che gioire dei successi del fratello, che sono anche successi di tutti, l'invidia ci porta a disprezzare e denigrare quanto di buono è stato fatto da altri gruppi di ispirazione cristiana.

Papa Francesco parte dal recupero di un'etica basata sull'amore reciproco, come testimonianza dell'essere discepoli di Cristo: chi pretendiamo di evangelizzare con delle lotte tra noi? Invece la luce di una testimonianza di comunione fraterna è già segno del Regno che viene e attira gli uomini. Dove rancori e dissapori continuano ad albergare è richiesta l'azione trasformante della preghiera, imparando a presentare al Signore i nostri sentimenti di avversione nei confronti degli altri: è già un passo verso l'ideale dell'amore fraterno ed è anche un atto di evangelizzazione.

VALERIA, ROBERTO, MARCO

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