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01/18 - Chiesa e Mondo

 

Chiesa e Mondo

L’8 dicembre 1965 veniva promulgata laCostituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo” Guaudium et spes, con gli esiti del lavoro triennale del Concilio Vaticano II, voluto e coraggiosamente avviato da papa Giovanni XXIII (un tentativo di mettere a tema sinodale gli stessi argomenti era stato abortito con il precedente Papa Pacelli).

Il documento riprendeva il filo interrotto del rapporto tra la Chiesa e il Mondo ripristinandone gli intimi legami in Cristo. A noi, figli di questo Concilio, spesso sfugge la portata storica, ma questa apertura fu davvero inedita se si tengono presenti le “distanze e le fratture verificatesi negli ultimi secoli, nel secolo scorso e in questo specialmente, fra la Chiesa e la società profana” (Papa Paolo VI). Questo atteggiamento nuovo di “apertura sul mondo” emerge anche dall’audacia con cui la Gaudium et spes ha voluto e saputo affrontare i molteplici problemi antropologici e sociali che da lungo tempo covavano sotto la cenere.

Veniva cosi ribadita la co-appartenenza reciproca tra la Chiesa e il mondo ben espressa nell’incipit della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. È la fase di un’attenzione che, in fedeltà al suo Signore, la Chiesa rivolge all’umanità intera e, quindi, al mondo: è “dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto”. E infine: “Bisogna conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche”.

A 50 anni di distanza, la Gaudium et spes mantiene viva ancora oggi tutta la sua forza. Se in tanti anni alcuni contesti sono mutati, non lo sono alcune caratteristiche di fondo dell’animo umano. Attuali sono ancora le parole di Paolo VI:  “un tempo, in cui l’atto fondamentale della personalità umana, resa più cosciente di sé e della sua libertà, tende a pronunciarsi per la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo, in cui il laicismo sembra la conseguenza legittima del pensiero moderno e la saggezza ultima dell’ordinamento temporale della società; un tempo, inoltre, nel quale le espressioni dello spirito raggiungono vertici d’irrazionalità e di desolazione” ” (Omelia, 7 dicembre 1965). Se i problemi dell’epoca erano la diffusione dell’ateismo e della secolarizzazione, oggi sono la convivenza con le altre religioni in un contesto di sempre più accentuata globalizzazione che insieme unisce e divide. Se negli anni 60 c’era grande volontà di cambiare il mondo, oggi assistiamo al crollo delle grandi ideologie ed alla ricerca di un sentire della vita ripiegato sul frammento, sull’istante, sulle emozioni, sui sentimenti e sulle esperienze che assicurano una buona qualità alla propria, singolare, esistenza (card. Tettamanzi).

La Chiesa nel Mondo oggi tuttavia fatica a trovare un proprio ruolo. La sua forza salvifica, capace di indicare la via per una convivenza fraterna anche in questo stesso Mondo, deve competere con suadenti antagonisti. Facendo ancora leva su quella “coscienza di se e della propria libertà” ricordata da Paolo VI, il male ancora si insinua negli animi facendo percorrere loro strade ingannevoli verso una egocentrica rivalsa verso tutto e tutti.  Cosi le logiche moderne si stanno spostando sempre più verso l’IO più che sul NOI, sia nella società che nella famiglia, sua cellula fondamentale.

Il messaggio del Concilio oggi fatica a trovare pieno compimento, combattuto tra il timore di venire travisato, snaturato, preso a giustificazione di un operare lontano dalle vie della Fede e da anacronistiche spinte regressive che allontanerebbero ulteriormente la Chiesa dal Mondo.

Dal Concilio viene tuttavia un grande dono. Rimettendo al centro l’uomo “come prima e fondamentale via della Chiesa”, questi è nel contempo destinatario del suo operato e soggetto del suo operare. E’ al cristiano, ma in ultima analisi all’uomo, che Dio chiede di farsi parte attiva, di vivere la propria umanità autentica, universale e piena che ci fa scoprire partecipi tutti della stessa fratellanza e responsabili del bene di ciascuno. E’ a noi cristiani che è stata affidata la Parola, a noi spetta essere “sale” capace di dare sapore e speranza a questa esistenza. L’impegno del cristiano è soprattutto consapevolezza dei propri limiti umani, abbandono allo Spirito Santo e forza nell’annuncio del Buona Novella non già a parole, ma nell’impegno concreto quotidiano laddove siamo chiamati ad operare.

Marco Esposito

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