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07/18 - Euro o non euro? È questo il problema? [1/3]

Nei giorni scorsi si è a lungo discusso su questo tema. E’ un argomento spinoso e molto complesso. Rispolverando competenze di macroeconomia, ho voluto approfondire il discorso. Mi sono fatto aiutare dal professor Carlo Cottarelli tra l’altro direttore esecutivo del Fondo Monetario, visiting Professor presso l’Università Bocconi e commissario alla spending review per precedenti governi. Nel suo recente libro “I sette peccati dell’economia italiana” dedica un capitolo all’argomento. Anticipo le sue conclusioni: l’uscita dall’euro potrebbe ridare una marcia in più all’economia, ma a costi elevatissimi per le famiglie e per le imprese. Tutto per recuperare uno strumento ingannevole: la possibilità di svalutare la nuova lira come strumento per la competitività. Ingannevole perché transitorio (gli effetti vengono presto riassorbiti) e un poco disonesto perché non migliora veramente l’efficienza dei sistemi produttivi. È un trucco monetario avvelenato da pesanti effetti collaterali quali l’inflazione e un sostanziale impoverimento del potere d’acquisto dei salari.  

Andiamo con ordine. L’analisi dei dati macroeconomici rivela che dall’ingresso nell’euro l’economia italiana ha dapprima arrancato con crescita lenta e al di sotto di quella europea e poi ha conosciuto una pesante decrescita. Il saldo netto al 2016 era 0 (zero): il reddito italiano era fermo a quello del 1998. Abbiamo quindi visto una ripresa lenta, comunque sotto la media europea. È comprensibile che la concomitanza dell’ingresso nell’euro e l’inizio di questa crisi non sia sfuggita ai più e che in modo molto semplicistico si sia attribuito alla nuova moneta la colpa di tutta la crisi. Ma quali sono le cause effettive?

Dobbiamo proprio dire che non siamo stati particolarmente fortunati anche se noi ci abbiamo messo il carico per andare male.

Il prezzo delle materie prime è aumentato (noi le dobbiamo comprare praticamente tutte dall’estero): un barile di greggio che costava circa 11$ nel 1998 è arrivato quasi a 100$ nel 2008 provocando un aumento dei costi industriali.

In questo periodo sono arrivati prepotentemente nel mercato mondiale nuovi esportatori (Cina, India) in competizione diretta con le aziende italiane (si pensi al tessile).

Il costo del lavoro per unità di prodotto (quanto costa ad esempio produrre una singola forchetta, un mattone, un chiodo…) tra il 2000 e 2007 in Italia è cresciuto del 20-25% a fronte di una produttività cresciuta di pochi punti percentuale. Negli stessi anni in Germania questo costo è rimasto praticamente invariato in linea con l’aumento di produttività. La conseguenza è stata una perdita di competitività rispetto a Germania e altri paesi nordici. Perché il nostro costo del lavoro è lievitato in questo modo?

Sono tre i motivi. In primo luogo per inerzia: eravamo abituati a aumenti salariali più elevati rispetto alla produttività per compensare la svalutazione e abbiamo continuato a farlo anche senza più la possibilità di svalutare.

Secondo motivo: l’entrata nell’euro ci ha portato tassi di interesse più bassi. Tassi bassi significa più soldi in prestito e maggiore spesa con conseguente aumento dei prezzi ovvero dell’inflazione e spinte per aumenti salariali.

Terzo motivo: essendosi ridotti gli interessi sembrava che il problema del debito pubblico si fosse magicamente risolto. Ma il capitale del debito era sempre lì: poco si è fatto per ridurne l’ammontare effettivo. Il nostro debito pubblico dal 1998 al 2007 è sceso di 10 punti mentre quello del Belgio che era nella nostra situazione è sceso tre volte tanto.  La riduzione del debito pubblico era uno degli impegni presi nei trattati di Maastricht con l’adesione al moneta unica.

L’effetto congiunto dell’aumento del costo del lavoro e delle materie prime ha ridotto la competitività delle aziende. Non potendo aumentare i prezzi si sono ridotti drasticamente gli utili. Con meno utili si fanno minori investimenti. Tra il 1998 e il 2016 la produttività in Italia cresce del 3,5%, in Germania del 47%. Tra il 2000 e il 2016 l’export aumenta del 25% quello tedesco del 115%. Il saldo della bilancia dei pagamenti passa da un + 2% nel 1998 a -3,5% nel 2010.

La crisi mondiale del 2008-2009 e quella dell’euro dell’anno successivo ci colgono ancora con due problemi: una forte perdita di competitività e un debito pubblico tra i più alti del mondo. La speculazione nel 2011 ci attacca, i finanziamenti verso l’Italia si interrompono: sono gli anni delle politiche di austerità del governo Monti, necessarie perché prendere in prestito i soldi per finanziare il debito pubblico aveva raggiunto cifre impossibili (lo spread a 550 punti). Il PIL nei tre anni successivi cala del 10%. La situazione inizia ad avvitarsi: la caduta del PIL comporta meno investimenti, meno profitti e quindi i salari si riducono, le banche non vedono rimborsati i prestiti e la disoccupazione raggiunge i massimi storici soprattutto tra i giovani.

Nel punto più buio della crisi, quando anche la sopravvivenza dell’euro è messa a dura prova, ci salva la BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi che pronuncerà la famosa frase whatever it takes (qualsiasi cosa) per salvare l’euro. Inonda le banche di liquidità e inizia ad acquistare i titoli di stato per ridurre la pressione speculativa. Questo aiuto sta per esaurirsi (Draghi lascerà il proprio posto nell’autunno del 2019, ma ha già annunciato la fine dell’intervento essendosi verificate quelle condizioni che non lo rendono più possibile: ripresa inflazione in Europa che secondo i patti di stabilità di Maastricht deve restare sotto l’1,5%).

Le vulnerabilità sono ancora lì e ci espongono a potenziali attacchi alla prossima crisi internazionale. Al maggio del 2018 il debito pubblico italiano era di € 2.327 miliardi, nuovo record storico (nel 2017 il rapporto debito/PIL era del 129,8%).

Una risposta potrebbe essere l’uscita dall’euro e il ritorno alla lira che verrebbe immediatamente svalutata (supponiamo del 25%). Questo significa che con 1 euro si potranno acquistare molti più beni prodotti in Italia. La svalutazione rende più caro l’accesso ai prodotti importati (tra questi le materie prime), ma renderebbe più competitivo il prodotto italiano. Attenzione questo meccanismo funziona se i salari non salgono per compensare la perdita di potere di acquisto dei prodotti esteri (della benzina ad esempio). Quindi una prima conseguenza consiste nella riduzione dei salari reali.

Un secondo effetto l’avremo sul debito delle imprese e delle famiglie. Un debito ipotecario vedrebbe applicato il tasso di svalutazione. Posta la svalutazione al 25% un debito di 100.000€ diventerebbe di 125.000 nuove lire. I salari reali non si potranno muovere: i tempi per il rimborso si allungheranno. Analoghe situazioni di uscita dal cambio fisso in passato hanno dato luogo a svalutazioni più forti di quelle attese con amplificazione degli effetti sui salari reali e sul debito delle imprese e delle famiglie, a rischio di bancarotta.

Effetti sul debito pubblico. Questo dovrebbe essere soggetto alle stesse regole di cui sopra con aumento del suo valore nominale. Se venisse convertito alla pari (1 euro di debito = 1 nuova lira) a fronte della svalutazione i detentori di titoli di stato vedrebbero ridotto il valore reale dei titoli (BOT e CCT). Lo stato ci guadagna, ma chi ci perde sono gli italiani che avevano acquistato titoli di stato. Si applicherebbe una “tassa da inflazione” che per essere compensata porterebbe nuovamente i tassi a livelli molto alti. Chi ricorda l’inflazione del 20-25% degli anni 70 sa quanto fosse poco piacevole.

Inoltre, il sistema dei pagamenti italiano è totalmente integrato con quello europeo. Ogni transazione tra un conto e l’altro avviene grazie a meccanismi molto complessi gestiti dalla BCE. Uscirne non è affatto semplice, assisteremmo ad un periodo di transizione molto caotico con ricadute sull’economia.

L’uscita potrebbe quindi dare qualche sollievo, ma al prezzo di un impoverimento generale ed un periodo turbolento legato alla svalutazione e gli effetti sui sistemi di pagamento. Per uscire dal periodo di transizione dovremmo probabilmente ricorrere al Fondo monetario internazionale. Quando interviene l’FMI non guarda in faccia a nessuno e le manovre necessarie renderebbero la legge Fornero acqua fresca al confronto.

Se queste fosse l’unica medicina pazienza. La vera domanda è possiamo risolvere i nostri problemi di crescita, competitività e debito pubblico senza uscire dall’euro?

Nel prossimo articolo proveremo ad esplorare la strada alternativa. Buone vacanze a tutti.

 

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Marco Esposito

 

 

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