PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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07/18 - ... e gli operai?

Quando sono in fase di raccolta del materiale redatto da inviare alla tipografia per il notiziario, mi viene spesso da esclamare in dialetto romanesco: “Ammazza, quanta robba!”. Già, tanta roba: soprattutto come quando, in queste ultime due edizioni, il notiziario è “doppio” perché comprende due mesi. Due mesi di calendario da programmare, di iniziative da pensare con anticipazione, di almanacco da preparare, ma soprattutto due mesi di narrazione, di cronaca di ciò che è avvenuto o che è ancora in corso d’opera. In questo numero, ad esempio, abbiamo moltissimo da narrare: dalla celebrazione delle Cresime, alle Giornate Eucaristiche, alle Feste Patronali con tutti gli annessi e connessi, a quel grande avvenimento che è il Centro Ricreativo Estivo che - in maniera diretta o indiretta - coinvolge sempre tutto il paese per almeno quattro settimane… talmente tante cose da narrare che - facilitati da un notiziario che ormai ha assunto le fattezze di una rivista - abbiamo fatto la scelta di non mettere troppi testi a corredo degli avvenimenti intercorsi, ma di lasciar parlare in maniera efficace le immagini. E fare una scelta del materiale fotografico non è mai cosa facile: “Tanta roba” pure lì!
Certo, se le cose da narrare sono molte, significa che sono molte anche le cose che si fanno, le attività che si svolgono, le iniziative che si propongono…insomma, credo che della nostra comunità parrocchiale si possa dire di tutto ma non che vi regni la noia! È proprio vero quello che tanti anni fa diceva il Maestro, e che ho voluto mettere come titolo di questa edizione estiva: “La messe è molta”. Ci auguriamo, ovviamente, che quest’anno sia molta anche la messe vera e propria, ovvero che il raccolto dei campi sia abbondante e che non venga rovinato dalle intemperie stagionali. Ma sappiamo bene come Gesù parli di un altro tipo di messe, ossia il Regno di Dio da costruire con le nostre mani seguendo il suo progetto, da lavorare ed elaborare per e con lui. In quel tempo, e forse anche oggi, il Maestro lamentava che “gli operai sono pochi”, ed esortava a pregare il Padre perché provvedesse a trovare gli operai per il Regno. Anche quella porzione del Regno di Dio che è la nostra Comunità ha certamente bisogno di operai, perché la messe è molta - e leggendo le pagine che seguono ne abbiamo la conferma - e spesso abbiamo la sensazione di non avere un sufficiente numero di operai, oppure che gli operai siano sufficienti per portare a compimento il raccolto ma, in definitiva, siano sempre quelli, senza un turn-over; o ancora, che alcuni nostri operai siano talmente affezionati al loro lavoro che, nonostante la messe sia molta ed essi lavorino sul campo da parecchio tempo con le forze che vengono sempre meno, non pensano mai che sia giunto il momento di lasciare spazio ad altri operai, a forze più giovani.
Sono molte le dinamiche e i fattori per i quali, spesso, si ha la sensazione di non avere un sufficiente numero di operai per la nostra messe. E allora mi sono detto: “Perché non rilanciare una campagna di arruolamento per avere nuovi operai per la nostra messe, oltre che – doverosamente – pregare il Padrone perché ci aiuti a trovarli?”. In effetti, il tempo dell’estate, proprio perché un po’ più libero dalla frenesia e dallo stress della vita quotidiana, non foss’altro perché ci si ritaglia almeno qualche giorno di relax e di vacanza, offre anche la possibilità di fermarsi, di pensare e, in vista del nuovo anno pastorale e sociale che sta per aprirsi davanti a noi (di già!), di considerare quale possa essere l’impegno di ognuno di noi per il lavoro nella messe, almeno in quella porzione del Regno di Dio che è la nostra comunità. E allora ho provato a pensare al “curriculum vitae” che deve presentare un operaio che vuole entrare a lavorare nella messe della nostra comunità, e ho visto che la possibilità di fare qualcosa è davvero ampia, perché di ambiti in cui impegnarsi ce ne sono parecchi, tanto quelli già attivi come quelli da creare o ricreare. Forse non si tratta di cose da fare, ma di modalità, di modi di essere operai.
Premesso che sono fermamente convinto che ognuno dia il proprio apporto alla vita della comunità per ciò che è, con le proprie doti, i propri pregi e i propri difetti, e che nessuno debba mai sentirsi escluso a priori perché “poco idoneo” a fare qualcosa, credo tuttavia che per lavorare nella messe del Regno di Dio sia bene tenere conto di alcune caratteristiche:
• Innanzitutto, la gratuità, che spesso va a braccetto con la generosità. Chi vuole lavorare nella porzione di messe che il Signore ci mette a disposizione, lo deve fare gratuitamente, senza un tornaconto, senza un compenso, senza sperare di ottenerne nulla in cambio, né a livello economico né tantomeno a livello di favori. Devo dire con tutta onestà che le persone che collaborano per la costruzione della nostra comunità sono davvero tutte pervase da uno spirito di forte gratuità e generosità: nessuno ha mai chiesto nulla in cambio, nessuno lo fa per un tornaconto o un interesse economico, nessuno lucra o specula sulle cose che fa, anche se qualche mente maligna è portata a pensare a questo, soprattutto chi sta ai bordi del campo per guardare e spesso criticare il lavoro degli altri. Di certo, però, ci possono essere atteggiamenti, anche tra il più generoso degli operai, che mirano a una gratificazione personale: legittima, per carità, perché uno deve lavorare sentendosi bene, sentendosi felice e soddisfatto in quello che fa. Purché, tuttavia, il desiderio di gratificazione non diventi lo scopo del proprio operare, altrimenti sfocia in una serie di atteggiamenti per i quali si tende a primeggiare, a mettersi in evidenza, e soprattutto a lamentarsi perché nessuno mai ti gratifica o ti dice grazie per quello che fai. Le cose, soprattutto nella messe del Regno di Dio, si fanno non per sentirsi dire “bravo” o “grazie”, ma perché ci si crede e spesso anche perché “si crede”, ovvero per fede. Una cosa che ho notato purtroppo in diversi dei nostri giovani (già in età adolescenziale) è che faticano a vedere l’impegno a favore della Comunità senza pensare direttamente a un tornaconto, a volte anche a livello economico. Capisco che un giovane, soprattutto se disoccupato, cerchi comunque in ogni modo di racimolare qualche cosa (anche solo a livello di “paghetta”) per sbarcare il lunario, ma non per questo deve chiedere ogni volta al don o al padre “Quanto mi dai?” per un minimo servizio che gli viene chiesto. E chissà come mai, in genere, sono quasi sempre giovani e ragazzi appartenenti a famiglie abbienti…;
• Visto che sto parlando di giovani, beh, va da sé che se abbiamo operai in giovane età, ne viene di beneficio alla messe, perché significa che abbiamo maggior forza a disposizione e soprattutto che possiamo guardare al futuro con più speranza. Non si rifiuta il contributo di nessuno, per carità, anzi: la maturità è segno di saggezza e garanzia di cose fatte bene, ma sono convinto che in molte delle nostre attività parrocchiali ci sia bisogno di un graduale ma deciso ricambio generazionale. Certo, questo comporta che le attività proposte siano allettanti o rese tali perché un giovane possa sentirsi stimolato nel dare il proprio contributo; ma significa anche accettare che le cose possano essere fatte in maniera diversa da come si è sempre fatto, anche a costo di fare le cose “meno bene” e in maniera meno curata rispetto a prima. “Vino nuovo in otri nuovi”, diceva sempre quello che chiedeva di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe: perché si possa respirare aria nuova e ricca di ossigeno, occorre spalancare le finestre al mattino presto e far girare aria, anche con il rischio che qualche spiffero ci faccia venire qualche malanno… pazienza… ogni raffreddore passa con il tempo!
• A questo mi collego per elencare un’altra caratteristica, quella dell’umiltà, connessa a quella dell’accoglienza. Occorre avere l’umiltà di riconoscere che non possiamo arrivare dappertutto, che non è bene che arriviamo dappertutto, e che quindi abbiamo bisogno che qualcuno ci dia una mano, anche perché nessuno può lavorare nella messe del regno di Dio come libero battitore o libero professionista, altrimenti si sbriciola il senso di comunità su cui si costruiscono le attività di una parrocchia. Se non vado errato, lo dicevo recentemente in un’omelia domenicale: possiamo essere anche i migliori catechisti, lettori, liturgisti e volontari di questo mondo, ma se le cose le facciamo da soli perché riteniamo che gli altri ci facciano perdere tempo, allora è meglio essere un po’ meno bravi, ma perlomeno un po’ più accoglienti. Non dobbiamo raccogliere tutto noi, nel campo di Dio: lasciamo quantomeno “spigolare” un po’ anche agli altri;
• Termino con un’ultima caratteristica, anche questa concatenata alla precedente. Un operaio, per essere un buon operaio, deve essere… un operaio. So di sembrare rincitrullito, nel fare un’affermazione che suona da tautologia: ma credo che sia sempre importante ricordare questa cosa, soprattutto in quel campo che è il Regno di Dio, per almeno due motivi. Il primo è che l’operaio è colui che opera, che lavora, che non si ferma mai, che spesso nel silenzio fa un lavoro certosino, non eclatante, non evidente, ma preziosissimo agli occhi di tutti. E allora, occorre rimboccarsi le maniche, e invece di assumere il tipico atteggiamento del pensionato che sta ai bordi di un cantiere a pronunciare frasi del tipo “L’è mia a bóla”, “L’è mia bù de tègn in mà ‘l badél”, “Chèl geometra lé a l’capéss negót” (e non credo ci sia bisogno di tradurre), dare il proprio contributo in maniera instancabile e silenziosa perché l’opera del Regno si realizzi nel migliore dei modi. E il secondo motivo è ancor più semplice: se il Maestro ci ha detto di pregare il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe, significa che noi siamo operai perché c’è un Padrone al servizio del quale stiamo lavorando. Ossia, che non siamo noi i padroni, e che non la dobbiamo fare da padroni, mai, in nessuna situazione, almeno nella vita della comunità e della comunità parrocchiale in particolare. Il Padrone è uno solo, e - a scanso di equivoci - non coincide con il legale rappresentante della parrocchia. Tutti quanti, a partire da chi scrive, siamo “servi inutili”: quello che facciamo, è esattamente quello che dovevamo fare.
Don Alberto

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