PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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08/18 - Si, la missione è possibile!

No, state tranquilli. Non pensate che abbia scelto quel titolo di copertina perché mi senta come Tom Cruise... al massimo sono sulla buona strada per sentirmi come... Aldo Fabrizi...!

Stavo ascoltando le notizie dei giorni scorsi, che parlavano dell’uragano Florence in procinto di colpire le coste orientali degli Stati Uniti, e del tifone Mangkhut che stava devastando le Filippine, provocando quasi un centinaio di morti, e mi sono ricordato che cinque anni fa, esattamente nello stesso mese di settembre, quasi nei medesimi giorni, arrivavo nelle Filippine per uno dei miei molteplici viaggi missionari proprio qualche ora dopo il passaggio del primo dei tifoni della stagione, e circa cinque-sei settimane prima del passaggio del tifone Hayan, che avrebbe lasciato, alla fine della sua corsa, le Filippine letteralmente in ginocchio, con oltre diecimila morti. A me lasciò solo una grande paura per l’atterraggio all’aeroporto di Manila, perché atterrammo nella cosiddetta “coda” del tifone, ovvero il momento in cui il tifone se ne sta andando dalla zona, lasciando tutto allagato, con piante sradicate e tetti divelti, e soprattutto con venti che soffiano ancora intorno ai 100 km/h...potete immaginare quanto sia stato bello l’ultimo quarto d’ora di volo, con l’Airbus 380 di Emirates (e a chi capita di volare non dovrebbe essere difficile capire la stazza dell’aereo di cui sto parlando) che si è rialzato in volo due volte, prima di toccare definitivamente terra, “slittando” lateralmente a zig-zag per circa 2 chilometri di pista... giurai a me stesso che non avrei mai più volato, ma dovevo tornare a Roma di lì a dieci giorni, per cui mi feci forza. E la forza mi tornò quando, come dicevo, poche settimane dopo il mio ritorno vidi ciò che Hayan aveva lasciato di distruzione e morte nelle isole dell’Estremo Oriente: mi ritenni fortunato, fortunato non di essere scampato al pericolo, ma fortunato di vivere in un Paese in cui, nonostante i notevoli mutamenti climatici, non si arriva mai a sperimentare questo tipo di situazioni meteorologiche...almeno per il momento. Andando perciò in questi giorni a frugare nel cassetto virtuale dei ricordi, ho trovato alcune foto di quel viaggio (quelle che vedete nelle pagine seguenti) e mi sono chiesto come staranno i Padri Canossiani che operano a Tondo, quella spaventosa bidonville che si affaccia sul porto di Manila, un agglomerato di baracche e palafitte galleggianti sulla risacca del mare, dove il lavoro principale dei circa 700.000 abitanti è quello di stare immersi nell’acqua per ore a ricuperare la plastica che invade il porto per venderla agli impianti di riciclaggio. E ovviamente, i più abili in tutto questo sono quelli che riescono a infilarsi sotto i pali delle palafitte, ossia i bambini, i ragazzi, gli adolescenti. E ancora una volta, scatta in me il pensiero relativo alla fortuna: la fortuna, cioè, che i nostri adolescenti, i nostri ragazzi e i nostri bambini hanno nell’essere nati qui, con tante preoccupazioni pure i nostri, certo, e chi dice di no? Le principali preoccupazioni loro e dei loro genitori sono di dover scegliere tra judo o calcio, tra pallavolo o danza, tra piscina o atletica; oppure di sapere se i loro amici avranno voglia di uscire o no domani sera con loro; oppure di essere certi che lo smartphone che è caduto in terra non si sia completamente sfasciato... Preoccupazioni legittime: ma concedetemi almeno il beneficio d’inventario di pensare se lo siano veramente, rispetto alla preoccupazione di riuscire a saltare fuori ancora vivi dalle acque putride del porto di Manila senza che qualche topo ti abbia morso regalandoti un po’ di leishmaniosi o di leptospirosi; oppure rispetto ai pensieri che frullano in fondo ai grandi occhi neri di Beatriz, la bellissima bimba boliviana che vedete nella foto della pagina precedente, rimasta orfana con altri sei fratellini maggiori perché la madre ventottenne è morta mentre partoriva l’ottavo figlio (grazie a Dio, è morto anche lui...un pensiero in meno per il padre), colpiti entrambi da una setticemia fulminante, cosa che può capitare quando si taglia il cordone ombelicale con un pezzo di pietra appuntita... Che ignoranti di gente, vero? Possibile che non riescano a capire le cose minime e basilari di salute e igiene? E sì che il primo ambulatorio medico dove trovare almeno un infermiere che usa erbe naturali per curare si trova a soli 80 chilometri da casa loro! Peccato non ci sia la strada per arrivarci in auto, a 4.000 metri di altitudine... Che fortuna sfacciata, quella che abbiamo noi e le nostre giovani generazioni, nell'essere nati qui... E non venitemi a dire che, se stiamo bene, è perché il nostro benessere ce lo siamo costruito con le nostre mani: sarà anche vero che siamo degli sgobboni (non tutti...), ma era sufficiente che i gameti che si sono fusi per dare vita alla nostra esistenza non fossero di razza caucasica, ma congoide o boscimana, per ritrovarci pure noi a fare i conti con una terra che non riceve acqua da anni, o con un paese sfruttato per secoli nelle sue risorse naturali dai dominatori del Nord del mondo.
E piantiamola anche di dire: “Chi se ne frega... C...i loro se sono nati là! Che ci restino!”, ogni volta che assistiamo a una tragedia del mare o a un’incontrollabile emigrazione di massa. Occorre iniziare a fare qualcosa, perché i nostri ragazzi, i nostri adolescenti, i nostri giovani, la smettano di buttare nel... cestino la loro esistenza passando le serate sgommando con le auto, smanettando con i motorini truccati, urlando e bestemmiando in piazza a pochi metri dal tabernacolo custodito nella Chiesa sui cui scalini si siedono a mangiare un gelato buttando lo scatolino in terra, a bere una o più birre, a emettere suoni che a me fanno schifo solo a ricordarli! Occorrerà davvero iniziare a dire sul muso a loro e ai loro genitori che è il caso di piantarla di fare gli imbecilli! Occorrerà, una buona volta, far prendere loro coscienza che invece di buttare via decine di euro la settimana in canne ben diverse da quelle da pesca, potrebbero utilizzare la stessa cifra per iniziare a risparmiare qualcosa per il loro ben poco roseo futuro!
Ci vorrebbe la bacchetta magica, vero? Bah...io una mezza soluzione l’avrei. E in questo mese missionario mi piace anche solo buttarla lì, nella mischia, perché qualcuno (che certamente non leggerà ciò che scrivo, ma magari lo saprà di riflesso) la raccolga. Sì, perché sono convinto non solo che la missione è ancora possibile; ma che sia ancora possibile che la missione faccia qualcosa, che aprirsi alla missione cambi la vita, come l’ha cambiata a me e a tutti coloro che ne hanno fatto esperienza, breve o lunga, intensa o meno, almeno una volta nella vita.
All'interno dei percorsi per adolescenti e giovani che stiamo pensando per quest’anno in oratorio, una delle priorità è di offrire ai neo diciottenni la possibilità di un’esperienza missionaria. Inizialmente, può essere quella di fare un po’ di servizio di vicinanza agli anziani in una casa di riposo, oppure di accompagnamento a qualche persona diversamente abile, o ancora un gesto di volontariato a favore della comunità come quello di tenere puliti e decorosi ambienti e scorci paesaggistici del nostro paese spesso lasciati nella più totale delle incurie anche da chi dovrebbe farsene carico. Poi si potrebbe iniziare a spalancare un po’ di più gli orizzonti e dirigerci verso la città, dove la notte non è per tutti uguale; dove c’è gente che non va a fare la serata “da sballo”, perché ha già la vita tutta sballata; aiutare chi già si dà da fare per offrire un pasto caldo e una coperta per la notte ora che arriva l’inverno, sono certo che lascia il segno nella vita di giovani che vivono letteralmente in mezzo alla bambagia.
Poi, però, sarebbe bello esagerare, e provare a fare un campo di lavoro in un paese “di missione”, che sia del secondo mondo (l’Albania è a due passi da noi, e abbiamo anche una nostra missionaria, suor Liliana) o del terzo mondo (la Bolivia la conosciamo bene sia don Gianluca che il sottoscritto; il Madagascar ospita da anni il nostro padre Piero), fa lo stesso, l’importante è uscire da questo benedetto “primo mondo” che, sinceramente, se la passa fin troppo bene. E basta anche con le frasi del tipo: “Il terzo mondo è qui, senza bisogno di andare in Africa! Li abbiamo tutti qui! La missione è qui, mica laggiù!”. Chi parla così non è mai uscito dal raggio degli 8,59 km quadrati che compongono la superficie del nostro municipio. Se lo facesse – non da turista, ovviamente – tornerebbe a casa con altre idee e con un’altra mentalità: e potete credermi, perché parlo a ragion veduta.
Che sogno sarebbe, per me, fare anche solo quindici giorni di esperienza missionaria in giro per il mondo con un gruppetto di giovani della nostra comunità... Mission impossible? Ma neanche per sogno... Mission is possible! Basta crederci, incominciare a tenere chiusa la bocca, e ad aprire (oltre al portafoglio, cosa relativamente facile) mani, occhi, orecchi, e soprattutto il cuore!
Chi ci sta, alzi la mano! 

Don Alberto 

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