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01/19 - Cambiamenti climatici e fenomeni migratori.

 

Mentre scrivo queste righe, a Katowice in Polona, si sta svolgendo la Conferenza sul Clima 2018 (Cop24 dal 2 al 14 dicembre 2018). Le notizie che arrivano non sono affatto incoraggianti. È in atto uno scontro politico tra i paesi che si oppongono all’adozione di accordi restrittivi sulle emissioni di gas nocivi (Russia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, ecc.) e gli altri Paesi convenuti. Le prospettive di un accordo non sono le migliori, mentre la situazione, a detta dei più eminenti scienziati, si sta aggravando sempre di più. E di tutto questo ce ne stiamo rendendo conto anche noi semplici cittadini. Le conseguenze di questi cambiamenti climatici sono di portata globale ed influenzano pesantemente fenomeni apparentemente distanti. In questi giorni ho avuto modo di approfondire l’argomento in tutta la sua complessità attraverso un buon testo: “Effetto serra effetto guerra” di Grammenos Mastojeni e Antonello Pasini, ed. Chiarelettere. Di seguito condivido alcune interessanti considerazioni.

 

UN FENOMENO ATTUALE
Se, fino a qualche tempo fa, il cambiamento climatico era visto come un problema globale a carico delle generazioni future, oggi, con l’intensificarsi degli eventi estremi (ondate di calore, siccità, precipitazioni violente, eccetera), iniziamo a renderci conto che il problema è già attuale. Ci rendiamo conto che non si tratta solo di qualche sudata in più, ma che si stanno producendo impatti significativi sui territori, gli ecosistemi e l’uomo con tutte le sue attività, anche quelle produttive come l’agricoltura.
Noi siamo fortunati perché viviamo in un paese sviluppato e soprattutto ricco, che si può ancora permettere delle tutele sociali notevoli: al momento, i danni prodotti dal clima impazzito vengono riassorbiti senza creare tensioni sociali, instabilità o mobilità forzata, seppure con costi enormi.
Tuttavia nel caso di eventi futuri più consistenti come l’innalzamento del livello del mare che potrebbe influenzare la vita su molte zone costiere italiane o il fenomeno della desertificazione che si manifesterà probabilmente in alcune zone del territorio nazionale, le conseguenze non potranno essere facilmente assorbite e anche per noi si manifesteranno gli effetti già presenti nei paesi poveri o in via di sviluppo. In queste economie fragili, dove non ci sono ammortizzatori, già oggi i cambiamenti climatici stanno portando a impatti più gravi e duraturi: un singolo fenomeno può innescare una catena di conseguenze molto gravi per la popolazione. È quanto sta avvenendo in Africa, nella fascia del Sahel, e in numerose altre aree dove a società già deboli per altre ragioni si sovrappone un ecosistema fragile e minacciato dal riscaldamento globale.
Il Sahel si trova tra il deserto del Sahara a nord e la foresta tropicale a sud. Un territorio immenso diviso tra 8 Stati, dove la povertà gioca un ruolo cruciale. È la zona del mondo dove forse il fenomeno della desertificazione colpisce in modo particolare. Terreni coltivabili o pezzi di foreste si stanno degradando, privi di vegetazione spontanea o coltivata. I cambiamenti climatici non sono la sola causa della desertificazione, ma anche le deforestazioni e le pratiche agricole non sostenibili, come le monoculture assetate di acqua che il mondo “moderno” cerca di esportare in quelle zone. In queste situazioni il clima agisce come un moltiplicatore delle minacce.
E dove la popolazione soffre, si innescano lotte per l’accesso all’acqua e alle derrate alimentari sempre più costose, oppure si assiste a migrazioni. In tutto questo si innestano con facilità le attività illecite: traffici di armi, droga ed essere umani e addirittura il terrorismo che offre una opportunità di reddito a chi non sa più come mantenere la propria famiglia.


LE CONSEGUENZE PER L’ITALIA.

Anche l’Italia è colpita da questi cambiamenti del clima africano, attraverso le migrazioni: 9 migranti su 10 che ci raggiungono provengono dal Sahel.
In questi paesi fragili basta la perdita di un anno di raccolti dovuta alla siccità per mettere in ginocchio l’agricoltura di un’intera area. Ne seguono migrazioni interne verso città incapaci di reggere l’onda d’urto di tanta gente. Con una pressione migratoria di questo tipo, in queste città, reperire cibo e acqua in quantità sufficienti è molto difficile e la popolazione viene spinta a migrare, prima all’interno, poi verso l’estero. Alla fine di un tragitto duro e pericoloso faranno di tutto per raggiungere quel ponte proteso nel Mediterraneo che è la nostra Italia.
Anche in questo caso, i cambiamenti climatici non sono certamente la causa principale delle migrazioni cui assistiamo, ma ne sono sempre almeno una concausa, rappresentando fattori di innesco o di amplificazione per situazioni già critiche o crisi già presenti, associate talvolta a conflitti armati (in ben 79 conflitti in giro per il mondo, infatti, è stata identificata una causa climatica). I cambiamenti climatici acuiscono inoltre il divario fra ricchi e poveri, particolarmente aspro proprio lì dove troviamo ecosistemi e strutture sociali fragili.


QUALE SOLUZIONE
Come risolvere il problema? L’analisi che va per la maggiore ha contorni inquietanti: dar da mangiare a una popolazione mondiale che raggiungerà i 9 miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 e che è sempre più urbanizzata, si sostiene, richiederà un aumento della produzione di cibo del 70% con un ulteriore fabbisogno di energia del 37% e il 55% in più di acqua consumata. Questa visione fa riferimento a tecniche di coltivazione industriali e su vasta scala, che si nutrono di fertilizzanti chimici dall’elevato impatto ambientale e responsabili di quasi il 20% delle emissioni di gas serra: una contraddizione fra sviluppo e ambiente che abbiamo accettato il nome dell’abbondanza.
Queste tecniche agricole, tendono a estromettere i poveri dalle loro piccole fattorie familiari, rendendole marginali e non competitive, e favorendo quindi il land grabbing, ovvero il moderno latifondo internazionale per cui stati e imprese dominanti si accaparrano distese sempre maggiori di terreno arabile nei paesi poveri.
Ad una analisi più attenta scopriamo che, in realtà, le sacche di fame non dipendono dalla mancata abbondanza: produciamo già oggi cibo sufficiente a nutrire oltre 10 miliardi di persone. Il problema è la distribuzione ed è un problema che abbiamo contribuito a creare proprio spodestando i più deboli dei loro sistemi produttivi, il nome di un’abbondanza che doveva servire anzitutto a loro, ma che finisce oggi a ipernutrire un Occidente già obeso, cardiopatico, diabetico.
E se dunque provassimo a recuperare i terreni degradati a beneficio dei coltivatori locali? Da un lato essi assorbirebbero più anidride carbonica a beneficio dell’ambiente, dall’altra fornirebbero sostentamento alle comunità indigene, che potrebbero vivere dignitosamente in loco senza emigrare. La piccola agricoltura familiare rappresenterebbe un freno alla land grabbing, grazie alla riappropriazione delle terre tornate ad essere produttive e farebbe rinascere stili di vita e dimensioni di dignità umana, smantellando meccanismi di profonda disparità con la nobilitazione e la spinta all’ammodernamento dei saperi tradizionali e identitari.
In queste zone, terre semi degradate sono ampiamente disponibili e recuperare 1 ettaro per restituirlo alla piccola agricoltura locale costa in media tra i 130 / 200 $. Recuperare aree desertiche è possibile.
Vi sono iniziative di successo come La Grande Muraglia Verde, una barriera vegetale che nelle intenzioni degli ideatori dovrà estendersi per gli 8000 km del Sahel: una striscia di terra, larga 15 km, sottratta al deserto ripiantando alberi adatti al contesto (soprattutto acacie). L’obiettivo è fermare la desertificazione. Nel Senegal, dove l’iniziativa ha avuto maggior successo, vaste aree sono tornate ad essere abitabili e produttive, con piccoli insediamenti agricoli nel rispetto dei luoghi e delle tradizioni. Non solo queste popolazioni non sono state più costrette a emigrare, ma sono tornati a rifiorire i villaggi ed è ripresa la frequenza scolastica. L’appoggio economico e logistico dei paesi europei non potranno che agevolare queste iniziative.
Altre aree del Sahel sono oggi molto più problematiche: come il Mali, una vera polveriera che rischia di diventare un nuovo Afghanistan. L’impegno in questi casi deve essere più incisivo e non bastano interventi in ordine sparso, ma serie prese di posizione comunitarie.  Africa ed Europa sono intimamente legate, l’una è lo specchio dell’altra e insieme dobbiamo trovare soluzioni ai problemi che ci affliggono.
Questi sconvolgimenti climatici e le loro conseguenze non ci devono spaventare. È nella prova, quando gli eventi sembrano sopraffarci, è quello il momento in cui il cristiano trova la forza nella Parola. Il cambiamento può partire da ciascuno di noi, in barba alle conferenze inconcludenti, con piccoli gesti sostenuti dalla consapevolezza che, in ultima analisi, siamo noi i custodi del Creato.

Marco Esposito

 


Le prove del cambiamento climatico dallo Spazio 

(ASI - Agenzia Spaziale Italiana)

 

I cambiamenti climatici

 

 

The Great Green Wall ovvero La grande muraglia verde.

 

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