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10/19 I curdi un popolo usato e tradito

All’Ospedale della Misericordia, a Qamishli, la più grande città curda della Siria, il 13 ottobre 2019 sembra la fine del mondo. I medici corrono al capezzale dei feriti, che sembrano non finire mai. Tra un intervento e l’altro al reporter che documenta l’accaduto, uno di loro rivolge queste parole: “Trump, Macron, Johnson… Ci avete usati, ora vi sbarazzate di noi! L’unica responsabile della situazione in cui ci troviamo è questa coalizione di bugiardi”.

La tragedia ha proporzioni epiche in questa zona della Siria, dove solo la capitolazione nei confronti del regime sanguinario di Assad ha portato un poco di tregua. Ormai è troppo tardi, l’esito più volte anticipato dalle forze curde si è compiuto. I prigionieri dello sconfitto stato islamico (Is) sono ormai liberi, pronti a riabbracciare le armi, l’Is può riprendere fiato con le sue orde di militanti, fanatici e psicopatici provenienti da tutto il mondo. Le truppe mercenarie turche hanno messo a ferro e fuoco la zona al confine con la Siria, bombardando senza distinzione la popolazione civile in fuga. Negli ultimi giorni più di 160.000 siriani sono scappati per mettersi in salvo e decine di civili sono stati uccisi dalle bombe turche e nelle esecuzioni delle milizie alleate della Turchia.

 

L’ultimo tradimento

Solo pochi giorni prima lo scenario era di tutt’altro tipo.

Una settimana prima. Lo stato islamico è stato sconfitto in Siria. Il popolo curdo si gode la vittoria, presidiando le carceri dove sono sotto chiave gli invasati prigionieri dell’Is.

Sperano i curdi. Sperano che il loro contributo fondamentale alla sconfitta dell’Isis venga concretamente riconosciuto; sperano che i diecimila giovani, uomini e donne, caduti combattendo, servano a garantire loro una terra attesa da oltre cento anni; sperano che l’insieme d’istituzioni libertarie, costruito con fatica in queste terre, possa avere un futuro; sperano che tutto questo non si risolva nell’ennesimo tradimento.

6 ottobre 2019. Dopo una telefonata con il presidente turco Erdoğan, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncia il ritiro delle truppe di Washington dal Nord della Siria.

9 ottobre. Erdoğan annuncia l’inizio dell’offensiva per cacciare le forze curde dal territorio lungo il confine. Nei giorni successivi l’esercito turco, sostenuto dalle milizie di ribelli siriani, conquista una fascia di territorio di circa 120 chilometri tra Tal Abyad e l’Ovest di Ras al Ain. Decine di persone sono uccise.

13 ottobre. Washington annuncia il ritiro di tutte le sue truppe dal nord della Siria.

Con i 1000 soldati statunitensi se ne va una coalizione internazionale, che nel novembre del 2014 era corsa in soccorso alla piccola città curda di Kobane, assediata dai jihadisti. Grazie al coraggio e alla determinazione dei combattenti curdi, le forze democratiche siriane (Fds, a maggioranza curda) avevano conquistato Raqqa, la capitale dello stato isalmico (Is) appena due anni dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015, concepiti proprio in quella città.

Il tempo delle vittorie è finito. A nulla sono valse le richieste di aiuto e troppo blande sono state le prese di posizione a favore dei curdi. Qualche ora dopo l’annuncio del ritiro americano, le forze curde concludono un accordo con il governo siriano per ricevere sostegno militare contro i turchi.

17 ottobre. Con un comunicato congiunto Trump - Erdogan, dopo che la Turchia ha raggiunto i propri obiettivi, il controllo di una striscia di territorio siriano a “protezione” dei propri confini, viene annunciata una tregua ipocrita, che ha più il sapore di una certificazione della vittoria turca.

I curdi, rappresentano il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente, la loro popolazione è stimata in circa 35 milioni di persone, ma non hanno mai ottenuto uno Stato nazionale permanente: sono distribuiti tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, nel vasto altopiano del Kurdistan, che racchiude i confini dei cinque Paesi.

 

Il Kurdistan: uno stato mai nato.

Alla fine della prima guerra mondiale con la sconfitta dell’Impero ottomano, nel trattato di Sèvres del 1920 era stato previsto uno Stato curdo. Tre anni dopo, questa promessa venne disattesa nel trattato di Losanna, che fissò i confini della moderna Turchia, senza però riservare una terra ai curdi. Da allora ogni tentativo di creare uno stato indipendente è stato represso.

 

Le differenze fra i vari curdi

I curdi sono a maggioranza musulmana sunnita e formano una comunità distintiva, unita attraverso cultura e lingua, anche se non hanno un dialetto standard. Ogni gruppo nazionale, però, si differenzia l’uno con l’altro per priorità e alleati. I curdi turchi, i curdi siriani e i curdi iracheni, che insieme hanno combattuto contro l’Isis, sono i gruppi finiti nel mirino di Erdogan. I curdi iracheni hanno da tempo una loro regione autonoma all'interno dell’Iraq (il Kurdistan iracheno), mente i curdi siriani soltanto di recente hanno ottenuto il controllo della regione che abitano, il Rojava, ora tutto rimesso in discussione con l’arrivo delle truppe di Assad.

All’interno di queste differenze territoriali vi sono anche differenze politiche. Il Pkk, partito dei lavori del Kurdistan, è da sempre osteggiato dalla Turchia, che lo ritiene un gruppo terroristico. Il partito dell’Unione Democratica (Pyd), attivo soprattutto presso i curdi siriani, ha espresso un’idea di società socialista-libertaria, un modello raro e innovativo rispetto alle tradizioni islamiche, un modo di pensare vicino a quello espresso dal Pkk. È anche per questa sintonia fra Pyd e Pkk che la Turchia ha fatto partire l’offensiva.

 

Le simpatie occidentali per la causa curda

La causa curda dell’Ypg (braccio armato di Pyd) ha suscitato grandi simpatie presso l’opinione pubblica occidentale, non solo per il contrasto all’Isis, ma anche per l'ideologia espressa dal movimento. In un'ottica post-marxista, alle donne vengono riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. L’esperienza di Rojava è stata anche un esperimento politico-sociale, con l’adozione di una Costituzione di stampo democratico, pluralista e liberale, che enfatizza l’ambientalismo e il ruolo delle comunità locali nella gestione del potere.

 

Abbandonati

Attaccati dalla Turchia e abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi siriani si sentono traditi proprio da quel mondo occidentale che aveva espresso sostegno e stima negli ultimi anni. Ma gli interessi di parte sono tornati prepotentemente alla ribalta. La Turchia di Erdogan si può permettere di tutto con l’Europa, sotto scacco della minaccia di aprire le frontiere ai migranti siriani, gli stessi che ora rispedirà in Siria nel territorio conquistato, per sottrarli agli occhi dei turchi che manifestano una certa insofferenza (trattenendo comunque i milioni di euro che l’Europa gli aveva riconosciuto per “prendersene cura”). Ma la stragrande maggioranza dei profughi siriani in Turchia sono arabi sunniti e non sono originari dell’area, dove vivono soprattutto curdi. In altri termini, quella che si sta programmando è la sostituzione forzata di una popolazione con un’altra.

La politica individualista di Trump è stata di una coerenza agghiacciante: venuto meno l’interesse nazionale, non ha esitato a lasciare senza copertura l’alleato di pochi giorni prima.

 

L’ipocrisia occidentale

Molti di quelli che oggi protestano contro l’offensiva turca nel Nord-Est della Siria non si sono accorti che per anni i siriani sono stati massacrati da bombe, armi chimiche e torture su scala industriale.

Ancora una volta la solidarietà sembra condizionata non dallo sdegno contro i crimini di guerra, ma da chi è l’esecutore e chi è la vittima. Le vite dei siriani sono sacrificabili nella battaglia delle narrazioni e delle grandi ideologie. La tragedia siriana è una macchia sulla coscienza dell’umanità, è il momentaneo successo dei “signori della guerra”, sui quali torneremo a breve. E noi cristiani? A noi spetterebbe una parola di verità, il coraggio almeno di una vicinanza solidale verso gli oppressi. Molti probabilmente diranno: “Roba troppo grossa per noi gente di paese”. Tuttavia avere almeno il coraggio di parlarne, di confrontarsi su questi temi e farsene un’opinione è un dovere “morale” per chi ha a cuore il primo degli insegnamenti di Gesù Cristo: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Marco Esposito

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