PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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10/18 - In carne, pelle e ossa

A chi di noi può far piacere sentirsi dire: “Sei proprio in carne”? Al gentil sesso amante del fitness e delle taglie “under 40” presumo proprio di no; e neppure al “Macho Man” di turno, disposto a tutto pur di non far precipitare la fatidica “tartaruga” dagli addominali fino alla zona ventre (anche se, a dir la verità, serve a poco avere una tartaruga in forma sull’addome, se poi si ha un criceto in prognosi riservata nel cervello…sì, ok, parlo per invidia, ma non me ne pento…). Forse può far piacere alla neomamma, che sente dire così del proprio bimbo dalle persone che incontra per la strada, afferrata al proprio passeggino. Oppure al malato di tubercolosi, che cerca a stento, ogni settimana, di aumentare di qualche etto. Per contro, non so se sia meglio sentirsi dire: “Sei tutto pelle e ossa”. Forse può averne piacere il maratoneta, o lo skyrunner, sempre alla ricerca di un peso il meno rilevante possibile, se vogliono vincere qualcosa d’importante; e magari il “pelle e ossa” può anche drammaticamente indicare l’obiettivo a cui punta la ragazza affetta da qualche disturbo alimentare.
Eppure, essere “in carne” ed essere “pelle e ossa” sono due situazioni emblematiche e sintomatiche del nostro mondo contemporaneo, che vive questi due elementi più che altro in senso patologico. Voglio dire, cioè, che obesità e malattie a essa connesse da una parte, e malnutrizione accompagnata da malanni (il cui nome uccide solo a pronunciarlo) dall’altra, sono due facce di una stessa medaglia: la medaglia di cartone che l’umanità ha vinto alle Olimpiadi della discriminazione, quelle che si giocano ogni giorno, non ogni quattro anni, e che vedono sempre al primo posto (chissà come mai!) la squadra dei malnutriti. Perché comunque, e in qualsiasi modo, si muore: di opulenta obesità e di malnutrizione. Ma mentre con la seconda si risulta solo essere vittime, con la prima, ahimè, si è doppiamente colpevoli: della propria distruzione (è colpa solo nostra, se siamo troppo “in carne”) e della denutrizione che uccide, perché abbiamo mangiato - spesso buttando via pure gli avanzi - ciò che apparteneva al popolo dei “pelle e ossa”.
Ma, si sa, per vivere o quantomeno sopravvivere, servono tutti e tre gli elementi: la carne, la pelle e le ossa. Di carne sono fatti la maggior parte dei nostri tessuti vitali, dagli organi ai muscoli; le ossa compongono lo scheletro, che altro non è se non la nostra struttura portante (lo si dice pure di un edificio); la pelle ci protegge dal freddo e dal caldo, dalle intemperie, dalle infezioni, da tutto ciò che è estraneo al nostro corpo. Eppure, ognuno di questi tre elementi ha anche un significato simbolico, che trascende, che va “oltre” la mera fisicità.
La carne rappresenta la nostra umanità, la nostra debolezza, il nostro limite, le nostre passioni, la nostra caducità, il nostro essere impastati di fango, il nostro essere polvere, anche il nostro peccato, se vogliamo. Le ossa, saranno pure ciò che rimarrà di noi, a indicare la nostra caducità, ma sono anche l’asse portante, l’ossatura - appunto - del nostro corpo, senza le quali non avremmo la possibilità di reggerci, saremmo degli smidollati, dei molluschi, degli invertebrati, esseri viventi che ci richiamano immediatamente il concetto di inconsistenza proprio perché privi di ossa. E poi la pelle, quella che ci provoca le sensazioni e le emozioni più profonde, quella che ci fa cogliere l’immediatezza delle cose (lo diciamo anche, “a pelle”), quella che manifesta agli altri i nostri stati d’animo, dai brividi alla vergogna, dal malessere alla salute, dalla paura alla rabbia. E, per quanto ce ne prendiamo cura con tutti i nostri lifting mattutini e le più svariate maschere serali, è sempre la pelle a manifestare agli altri, con i segni sul viso, il tempo che passa e che, scorrendo come sabbia, ci avvicina sempre più rapidamente all’altro lato della clessidra. Di carne, pelle e ossa, ovvero di umanità, Dio ha voluto che fosse fatto lo stesso suo Figlio. E così, ci ha voluto dimostrare non solo che i tre elementi sono tutti buoni e positivi, ma che sono necessari, e che non possiamo proprio fare a meno di alcuno dei tre, se vogliamo anche noi dirci e sentirci figli suoi. “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si facesse Dio”, disse in una sua celebre omelia a Cartagine la notte di Natale del 412 d.C. il vescovo africano di Ippona, Agostino, che di carne, pelle e ossa se ne intendeva bene, vista la sua gioventù dedita a ogni piacere della vita, nessuno escluso. Se quindi Dio si fa uomo nella carne, nella pelle e nelle ossa, vuol dire che nessuno di noi può pensare di vivere la propria vita di fede in maniera – scusate la brutalità dei termini - disincarnata, disossata o scuoiata.

Non siamo cristiani, se riteniamo la carne un limite alla nostra salvezza, se pensiamo che tutto ciò che è carnale è male, se riteniamo le nostre passioni corporali opera del demonio, se i nostri limiti umani sono per noi un peso che ci allontana da Dio; non siamo cristiani, se viviamo da molluschi, da invertebrati, da smidollati, svogliati in tutto e per tutto, appassionati a nulla, incapaci a reggerci di fronte alle minime difficoltà, impauriti per ogni cosa, senza la forza di difenderci da ciò che ci butta a terra, senza la voglia di affrontare la vita con tutte le sue tempeste; non siamo cristiani, se abbiamo paura delle sensazioni, delle emozioni, dei nostri stati d’animo, di tutto ciò che agli occhi degli altri viene percepito con immediatezza, di tutto ciò che proviamo “a pelle” quando sperimentiamo qualcosa che ci provoca; soprattutto, se abbiamo paura di mostrare agli altri il tempo che passa sul nostro volto, quasi fosse una vergogna (mentre è un onore) aver vissuto la nostra vita all’intemperie. “Non togliermi neppure una ruga. Ci ho tenuto una vita intera per farmele, e le ho pagate tutte care”: così si rivolgeva la grande Anna Magnani al suo truccatore che voleva immortalarla perennemente giovane sul set. No, non ci s’immortala senza rughe sulla pelle, senza segni nella carne, senza un po’ di ossa rotte e scricchiolanti; è invece immortale la nostra carne, lo è la nostra pelle, lo sono le nostre ossa perché Dio, nella grotta di Betlemme, oltre duemila anni fa, le ha rese così. Buon Natale a tutti.

Don Alberto

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