PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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10/18 - L'irresistibile tentazione del grattino

Qualche settimana fa mi sono recato in una grossa tabaccheria del centro città per alcune marche da bollo. La coda che affollava la capiente stanza mi fece trasalire. Con mio sollievo le persone in attesa non erano allo sportello dei valori bollati, ma a quello delle numerose lotterie.  Questo sportello teneva occupati tutti gli addetti e con fatica una signorina si allontanò per servirmi. Ho ancora ben presente l’occhiata astiosa dell’avventore al quale avevo sottratto l’impiegata. Sbrigate velocemente le mie faccende, nell'uscire non potei evitare di cercare con lo sguardo la persona che avevo interrotto per scusarmi. La trovai appoggiata a quei banchetti appesi alla parete che, con fare concitato, grattava insistentemente i foglietti che aveva appena acquistato. Con rabbia quindi li stracciò uno per uno per poi buttarli accartocciati nel cestino sotto il banco (già mezzo pieno dei tristi esiti di altri giocatori). La rabbia dovette lasciare subito spazio alla disperazione perché il mio sconosciuto, appoggiando i gomiti sul tavolino, si prese tra le mani la testa scuotendola vistosamente. Spostai allora l’attenzione verso le altre persone in coda e, incontrandole con lo sguardo, percepii chiaramente tutta la febbrile attesa che le accompagnava allo sportello. Mi pareva di leggerne i pensieri: “Quest’ultima giocata e poi smetto!”, “Devo rifarmi dei soldi persi, se lo scopre mio marito…”,” Dio fammi vincere, mi basta un piccolo gruzzolo per sistemarmi…”. Uscii dalla tabaccheria con un fardello sull'animo che mi accompagnò anche nelle giornate successive.

L’inizio di questa dipendenza può essere una piccola o grande preoccupazione economica, il desiderio di una rivincita su un’esistenza che non ci appaga… tanto che male si fa? Per molti questo è l’ingresso in un gorgo dal quale con grande fatica usciranno, sicuramente resteranno segnati per il resto della vita. Alla prima grattata, scommessa, giocata alle slot ne segue un’altra e poi un’altra… come con le ciliegie. Si perde la cognizione del tempo: nel buio delle sale slot, appositamente realizzate per generare questo effetto, le ore passano rapide, si entra che è giorno, si esce a sera fatta. E’ troppo tardi quando ci si accorge di aver speso tutto quanto si aveva nel portafogli e arriva un pentimento tardivo quanto momentaneo. Queste lacrime di coccodrillo servono solo per alimentare il desiderio di rifarsi. Le aspettative si abbassano: a questo punto ci si accontenta del pareggio. Il gioco diventa una corsa disperata nel tentativo di recuperare le perdite. Quando l’ammontare delle cifre perse comincia ad essere rilevante anche i rapporti familiari vanno in crisi. Si entra in una spirale di bugie e scuse fantasiose per giustificare gli ammanchi. La propria esistenza, il proprio umore sono tutti condizionati dal gioco: si ricerca febbrilmente l’euforia della vincita per lenire la depressione associata alle perdite. Cala la concentrazione sul lavoro o sulla scuola. In famiglia si è distratti ed emotivamente distaccati. A un certo punto non è più possibile interrompere autonomamente l’abitudine al gioco. Si deve ricorrere a un aiuto specialistico e intraprendere un percorso terapeutico per liberarsi dalla dipendenza (ludopatia). Sono tante le storie che presentano tutte o alcune delle caratteristiche citate. Una cosa è certa: davanti a questo gorgo tutti quanti siamo oggi particolarmente vulnerabili.

Quel fardello con il quale sono uscito da quella tabaccheria e che mi assale ogni volte che vedo nei bar quegli angoli bui illuminati solo dalla spettrale luce delle macchinette, è la consapevolezza di una lacerante solitudine. Un tempo il gioco d’azzardo era per lo più vietato: in Italia i luoghi dove si poteva praticare si contavano sulle dita di una mano. Oggi ad ogni angolo, in ogni ricevitoria le suadenti insegne dei vari giochi d’azzardo assalgono impunemente il passante. Purtroppo, statistiche alla mano, nessuno gioca e scommette quanto gli italiani. Il gettito fiscale proveniente da giochi e scommesse è sempre più rilevante: il doppio di Francia e Regno Unito e il quadruplo di Spagna e Germania. E’ un settore che non conosce crisi: 6.600 imprese, 100.000 occupati diretti e indiretti oltre a un indotto fiorente e investimenti miliardari in pubblicità. È l’industria più in salute del Belpaese. Tra il 2000 e il 2016 la raccolta complessiva dai giochi è aumentata di cinque volte (da 20 a 96 miliardi). La resa nel 2016 è stata di 19 miliardi, pari al 20% (l’80% viene restituito con le vincite): nessuna attività oggi può vantare rendimenti simili. Il Fisco ha trattenuto come entrate erariali circa 10 miliardi. Il gioco in Italia genera lo 0,6% del PIL e oltre il 2% delle entrate tributarie complessive, per non parlare del sommerso. Capite bene il senso di impotenza davanti a queste cifre.

Siamo dunque senza speranza? Pensandoci bene, alla base di questa, come molte altre devianze, c’è la solita convinzione che il denaro sia la soluzione a tutto... Non dico nulla di nuovo ricordando che oggi tendiamo a misurare il valore di una persona soprattutto in base alle ricchezze ostentate. Per questo, quando la nostra stabilità economica vacilla, quando siamo insoddisfatti, è al dio denaro che ci rivolgiamo. Non importa con quale mezzo: cercheremo di procurarcelo anche a dispetto di ogni logica, anche sperando in una botta di fortuna. Con questi presupposti si capisce bene come queste tentazioni abbiano tanto successo. Non voglio propinarvi la solita frase “il denaro non fa la felicità” (chiediamolo a chi è nell'indigenza più nera); ci sono tuttavia numerosi esempi di esistenze vissute decorosamente anche con pochi mezzi, ma ricche di relazioni e di affetti. D’altro canto, le statistiche lo dimostrano ampiamente, è la presenza di un familiare e di una rete affettiva ad essere spesso determinante per uscire dal vizio del gioco. È quando ci rendiamo disponibili all’ascolto dei sentimenti e lasciamo parlare il cuore, quando finalmente l’attenzione si sposta sulle vere ricchezze che il Padre Eterno ci ha dato che troviamo la forza di reagire. Certo, queste relazioni vanno costruite e per noi cristiani lo strumento è l’ascolto della Parola, vera roccia sulla quale fondare la nostra esistenza. Non è mai tardi. Tutto sta, come per i discepoli di Emmaus, nell'accorgerci che Egli ci è sempre a fianco.

Condivido infine il consiglio del filosofo danese Kierkegaard (valido per tutti i vizi): piuttosto che propositi generali quali “da domani non giocherò più”, che lasciano il tempo che trovano, è preferibile uno più concreto e immediato: “tutto il resto della mia vita e tutti i giorni potrò giocare, ma questa sera lascio perdere!”. Attraverso questo gesto, certamente costoso, si aprirà uno squarcio progressivo in quel muro apparentemente insormontabile.

Marco Esposito

 

 

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