PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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01/19 - Non nascondo le fatiche, la forza del vangelo mi sostiene

 

Quando ho incontrato per la prima volta don Michele Falabretti due cose mi hanno colpito all’istante: indubbiamente la stazza, tale da far sembrare quella postazione inadeguata e fragile; e poi il viso buono, rassicurante e al tempo stesso deciso.

È stato piacevole e arricchente ascoltarlo a proposito della sua esperienza al Sinodo dei Vescovi svoltosi a Roma lo scorso ottobre.

Il tema noto a tutti era “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Ha parlato con molta franchezza, da curato entusiasta e appassionato più che da Responsabile Nazionale del Servizio di Pastorale Giovanile.

Si fa indubbiamente fatica, ha esordito, a incontrare i giovani e consegnare loro il Vangelo. “Ci rendiamo sempre più conto che siamo in debito di ascolto verso di loro”. La tentazione ricorrente è quella di volergli dire subito qualcosa. Nel caso di questo incontro internazionale di scrivere l’ennesimo documento. In realtà, una volta funzionava anche, convocavamo i giovani e li istruivamo. Più in là si è fatto un passo ulteriore, permettere loro di fare delle domande e offrire delle risposte. Ora invece, come ama fare Papa Francesco, abbiamo iniziato a lasciarli liberi di tirare fuori il loro vissuto. Ci si chiede se i ragazzi abbiano ancora delle domande e se noi di contro abbiamo ancora ansia di risposte.

A proposito del discernimento pastorale uno dei temi caldi del Sinodo: Non ci si può ridurre a chiedersi “Cosa dobbiamo fare per portarli in Chiesa?”. Con fatica stiamo iniziando a chiudere la bocca e ad aprire di più le orecchie. Piuttosto guardiamoli con empatia, notiamo e chiediamoci come mai si allontanano in silenzio e con una certa apatia. Uno spettacolo grigio a cui si assiste senza poter interagire. L’ascolto, infatti, è il nostro punto di forza. Oggi il gregge è disperso (vale anche per il mondo degli adulti), sta in tanti luoghi o non luoghi. Se voglio aprire il cuore dell’altro, per prima cosa devo aprire il mio. Il bene che mi fa crescere è la fiducia e l’attenzione che avverto su di me. Soprattutto quando non prometto niente di che, quando mi trovo perso in un limbo. Fare pastorale è restituire con naturalezza e far sentire all’altro quel bene che tu hai ricevuto. Voglio bene così quando sono libero dal dover raggiungere certi risultati. Se dico delle cose belle senza crederci tutto rimane lì sospeso. Anche l’era del digitale richiede un certo tipo di presenza. I giovani capiscono e stanno dentro il mondo della tecnologia. Però le loro relazioni rischiano di essere smaterializzate. È sempre più naturale e semplice, tramite il tuo device, cercare e chiedere a un motore di ricerca. Siamo così sempre meno figli e di conseguenza meno padri e madri. Come li riporti dentro ad un certo discorso? Anzitutto mettendoli in relazione tra di loro, facendo gruppo. Poi educando attraverso il corpo: stringere una mano, guardarsi negli occhi, rispettarsi. Da questo passa l’annuncio e tanto altro.

p. Andrea

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