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02/19 - Vai a zappare la terra!

Fino a qualche tempo fa, questo era l’invito dispregiativo rivolto a chi si riteneva meno capace. Era la conseguenza del modo di pensare frutto dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione del dopo guerra, portatrici di tenori di vita migliori e certamente più comodi, ma così lontane dalle culture contadine che le avevano precedute. Dagli anni ’50 del secolo scorso, come in tutte le nazioni, la popolazione italiana si è spostata dalla campagna alla città a ritmi sempre crescenti. Con l’inizio del nuovo millennio, nelle campagne erano rimasti in pochi, gli irriducibili, ritenuti dai più “poco furbi”. Si sono così abbandonati quei mestieri, saperi e competenze legati al mondo contadino. “La terra è bassa” si sa, si fa fatica a lavorarla. Complice quell’atteggiamento diffuso, è maturato nel tempo una sorta di “risentimento” nei suoi confronti. Restare nelle campagne costava fatica, non solo fisica, ma anche emotiva per il senso di emarginazione che comportava. L’approccio di chi ci era rimasto spesso diventò quasi predatorio: la terra, vissuta come matrigna, era vista da molti come una risorsa da sfruttare fino all’osso. Le culture intensive sotto serra ne sono un esempio. Badate, non voglio colpevolizzare gli agricoltori che utilizzano tali pratiche: è anche quanto chiede il mercato, siamo stati noi consumatori ad indirizzarne in buona parte l’utilizzo. Sta di fatto che, con l’andare degli anni, la terra e la cultura a questa legata sono passate nel dimenticatoio o relegate in qualche immagine bucolica, idilliaca, del “come si viveva bene una volta”.

Da qualche tempo, però, il panorama si è modificato e oggi l'agricoltura italiana dà lavoro e crea ricchezza. Fatta la dovuta tara, il dato è certo: sempre di più e sempre meglio i campi italiani significano occupazione. Cosa è cambiato da 10 anni a questa parte?

In primo luogo è in atto una riscoperta dei sapori e del gusto italiano. I prodotti agroalimentari del nostro Paese sono tra i più apprezzati e richiesti in molti mercati esteri, lo dimostrano i dati dell’export in continua crescita (nel 2016 più di 38 miliardi di euro, nel 2017 più di 40 miliardi e + 3,5% rispetto all’anno precedente nei primi 5 mesi del 2018 a fronte di crescite modeste di altri paesi europei). Aiutano anche i nostri sistemi di controllo all’avanguardia (una volta tanto!) e la lotta alla contraffazione del cibo made in Italy, particolarmente vigile e preparata.

D’altro canto l’Italia è l’unico Paese al mondo che può contare su un patrimonio di antiche produzioni agroalimentari (tramandate da generazioni in un territorio unico per storia, arte e paesaggio) che sono anche le principali leve di attrazione turistica (due stranieri su tre considerano la cultura e il cibo la principale motivazione del viaggio in Italia, per il 54% degli italiani il successo della vacanza dipende dalla combinazione di cibo, ambiente e cultura).

In secondo luogo è maturato il nostro approccio al cibo. Anche sulle tavole italiche è aumentata la consapevolezza che la qualità del cibo significa salute e soprattutto buona vita. L’acquisto diretto dagli agricoltori è letteralmente esploso negli ultimi 10 anni. Rivalutati frantoi, malghe, cantine, agriturismi, aziende e mercati degli agricoltori. La filiera si è accorciata e c’è grande interesse per il prodotto locale, a chilometro 0. La principale ragione di acquisto dal produttore è rappresentata dall’alta qualità dei prodotti, considerati più freschi, saporiti e genuini: messi in vendita direttamente, saltano le filiere della distribuzione. Questi prodotti arrivano quindi più freschi sulle nostre tavole, con conseguente riduzione degli sprechi grazie alla loro maggiore durata. Oltre a questo, nei mercati contadini è possibile trovare specialità del passato a rischio sparizione, che sono state salvate grazie all’importante azione di recupero da parte dei piccoli agricoltori, e che non trovano spazi nei normali canali di vendita dove prevalgono rigidi criteri dettati dalla necessità di standardizzazione. L’Italia ha conquistato in pochi anni la leadership mondiale nei mercati contadini davanti a USA e Francia, costruendo la più vasta rete di vendita diretta degli agricoltori. Una rete unica a livello internazionale per dimensioni e caratteristiche, che ha esteso la sua presenza dalle fattorie ai mercati, dai ristoranti al cibo di strada, dagli agriturismi agli orti urbani.

Grazie quindi al crescente interesse per il cibo made in Italy, alla sempre più diffusa richiesta di prodotti freschi, di stagione e soprattutto locali, l’agricoltura italiana ha dunque iniziato ad attrarre forza lavoro innanzitutto giovane, in controtendenza con l’industria. Quest’ultima infatti cede strutturalmente forza lavoro, un fenomeno che accumuna l'Italia al resto delle economie avanzate, mentre la prima ha visto aumentare nel decennio il numero degli occupati a differenza del resto dell'economia. E non solo. Guardando all'evoluzione del lavoro agricolo in Italia, questo sembra tenere meglio che negli altri Paesi Ue. La riduzione del numero degli addetti negli ultimi 10 anni è di portata inferiore (-6,7% a fronte del -17,5% in media nella Ue) e si è interrotta a partire dal 2013, spuntando nell'ultimo quinquennio un recupero del 3% (fonte ISMEA). L’aspetto più incoraggiante è dato dal fatto che in Italia la "tenuta" del lavoro agricolo è dovuta alla spinta della componente giovanile. Una spinta talmente forte da essere in marcata controtendenza rispetto alla dinamica negativa prevalente in Europa (-7,4%). Se poi si tiene conto che nell'industria alimentare italiana l'occupazione è cresciuta nel decennio e che oggi è a un livello superiore del 2% rispetto all'anno pre-crisi, il 2007, con un incremento più netto negli ultimi 5 anni, si capisce ancora di più il valore dell'agricoltura e dell'agroalimentare. Sono oltre 55 mila le aziende agricole guidate da under 35 in Italia, che si piazza così al vertice dell’Unione europea per la presenza di giovani nell’agricoltura. E secondo le stime della Coldiretti il loro numero aumenta di giorno in giorno: nel 2017 nei campi se ne sono aggiunti il 6% in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di un fenomeno che la Coldiretti definisce come “ritorno epocale, che non avveniva dalla rivoluzione industriale”. Nello studio “Ritorno alla Terra”, della Confederazione nazionale coltivatori diretti, sono riportati i numeri di questa corsa alla terra: 30 mila giovani italiani tra il 2016 e il 2017 hanno presentato domanda per l’insediamento in agricoltura dei Piani di sviluppo rurale (Psr) dell’Unione Europea — e le domande presentate superano di circa il 44% le previsioni per l’intera programmazione fino al 2020. Il 61% di questi giovani risiede al Sud e nelle Isole, il 19% al Centro Italia e il restante 20% al Nord. La Sicilia e la Puglia sono le prime due regioni, con 4.700 e 4.540 domande presentate.

Il profilo dei giovani contadini si è decisamente evoluto. Usano le più avanzate tecnologie agricole e il web, uno su quattro è laureato, e otto su dieci sono abituati a viaggiare all’estero —un dettaglio che li aiuta a porsi in un’ottica internazionale e a inserirsi nel mercato globale, anche per quanto riguarda la distribuzione. Inoltre, su quattro agricoltori under 35, uno è donna: questo non è più un settore esclusivamente maschile, ma si sta popolando anche di figure femminili di successo. Innovazione e sostenibilità sono dunque le parole chiave dell’attività dei giovani agricoltori che mostrano grande interesse per l’ambiente e attenzione al sociale: organizzano attività di educazione alimentare e ambientale con le scuole, servizi di agri-tata e agri-asilo, fattorie didattiche, percorsi rurali di pet-therapy e orti didattici.

Il giovane agricoltore oggi non è più una figura al margine, ha recuperato la propria dignità e con questa il rispetto della terra, accudita, protetta e difesa come giustamente merita questo bene unico e prezioso che il Padre ci ha affidato.

 

Marco Esposito

 


Agricoltori 2.0: Giovani laureati che scelgono di lavorare in campagna cambiando l'immagine dell'imprenditore agricolo.

 

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