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08/19 - La peste bianca

Anna si guarda allo specchio stirandosi il vestito sul ventre piatto: “Dai, ho ancora tempo” - si dice - “non sono vecchia. Posso ancora aspettare”. Ha appena superato i 30, è sposata e ha un buon lavoro che la gratifica. Proprio non se la sente di pensare ad una gravidanza, anche se l’idea di avere un figlio un giorno non le dispiace affatto. I suoi genitori vorrebbero diventare finalmente nonni e spesso le ricordano che alla sua età l’avevano già conosciuta e che è ora che la smetta di pensare solo a se stessa!

Maria chiude la porta del bagno, le spettano 5 minuti di tregua almeno per le esigenze corporali. Con 3 figli le sue giornate non conoscono sosta. L’anno prossimo farà i 30. Gli ultimi 6 anni sono stati molto intensi, faticosi  si, ma anche ricchi di tantissima gioia. Non cambierebbe la sua situazione con nessun altro: ama immensamente i suoi pargoli. Tutti la trattano con affetto e ammirazione. “Certo, ricevo tanti complimenti… “- racconta - “ma a volte preferirei invece ricevere un po’ di aiuto. Il lavoro? Si, sono diplomata. Ero stimata dove lavoravo, ma con 3 figli… “.

Le storie di Anna e Maria sono emblematiche della situazione nella quale è costretta oggi la maternità in Italia: negata per fare spazio alle proprie aspirazioni, venendo tacciate di egoismo oppure accettata con tanti complimenti e grandissimo sacrificio personale. Ma si tratta proprio di egoismo? Questo sacrificio è proprio necessario?

Quel che constatiamo oggi sono gli effetti di questa condizione: un drastico calo delle nascite, un vero crollo demografico: la peste bianca.

Nelle settimane scorse questo tema è emerso frequentemente sui media, indicato come limite per la crescita economica e pesante retaggio per le generazioni future. Anche noi proviamo ad affrontare il discorso.

Per crollo demografico si intende propriamente una riduzione drastica delle nascite. Nell'uso comune si indica l’effetto combinato del calo della natalità e dell’aumento dell’aspettativa di vita che porta ad un aumento dell’età media della popolazione, con sbilanciamento del rapporto popolazione attiva/anziani. Un paese in crollo demografico è un paese che invecchia, senza ricambio generazionale.

LE CIFRE

In tutto il mondo occidentale il calo delle nascite e l’aumento delle aspettative di vita son andati crescendo dagli anni 70 del secolo scorso, quando le nuove generazioni decidono di fare meno figli dei genitori e la medicina inizia a conseguire risultati sempre più strepitosi. Tuttavia, se è vero che il fenomeno è diffuso in moltissimi paesi, in Italia l’invecchiamento è tra i più rapidi che si siano registrati nei paesi avanzati. Se fino a metà degli anni 70 la popolazione cresceva di un 3% ogni 5 anni, tra il 1980 e il 2000, in 20 anni, è salita di meno dello 0,01%. Una ripresa c’è stata tra il 2000 e 2010 essenzialmente per via dell’immigrazione, per poi calare nuovamente. Dal 2015 è iniziata la decrescita. L’età media nel 1970 era di 32,8 anni (nella media europea); nel 2015, l’età media era di 46 anni, molto vicina a quella rilevata in Giappone (46,5 anni) il paese più vecchio del mondo. Il tasso di fertilità (numero medio di figli per donna) pari a 2,46 nel 1969 si dimezza alla fine del millennio scorso. Tra il 1999 e 2009 cresce per effetto della popolazione immigrata che fa più figli ed è più giovane. È poi ripreso a calare attestandosi a 1,3 dal 2017. Il valore di questo parametro, per garantire il ricambio di una generazione, dovrebbe essere di 2,1 figli per donna. Tralasciamo in questi conteggi l’emorragia di giovani che decidono di lavorare e vivere all’estero. Le proiezioni ISTAT danno al 93% la probabilità di un ulteriore riduzione della popolazione per il 2065 e un suo invecchiamento sopra i 50 anni.

GLI EFFETTI

Se una popolazione stazionaria non crea problemi, quando invecchia soprattutto in modo rapido allora i prezzi da pagare sono davvero elevati, sotto molti punti di vista, anche economici. Il fatto che le giovani generazioni debbano produrre di più per mantenere le vecchie è una costante a prescindere dal sistema pensionistico. Ma quando il numero di figli si riduce e i genitori vivono più a lungo, questo trasferimento diventa difficoltoso e rischia di incepparsi. Per ovviare ci sono due modi: si risparmia di più per aver più risorse una volta anziani e/o se si vive di più occorre lavorare di più. Da qui le riforme pensionistiche verificatesi dagli anni 90 fino alla legge Fornero. Nonostante questo, il peso del sistema pensionistico è salito dal 7,4% del PIL nel 1970 al 17% attuale. L’alta spesa è legata anche al fatto che molte pensioni sono state calcolate con il metodo retributivo molto più generoso di quello contributivo avviato con la Fornero. Questo comprime tutte le altre forme di spesa, comprese quelle che sostengono la crescita economica. Alcuni studi inoltre dimostrano che l’aumento dell’età media delle persone in età lavorativa riduce pesantemente il tasso di crescita della produttività. La Liguria è la regione d’Italia che fa meno figli e che da tempo vive un lungo inverno demografico con paesi ormai deserti, esercizi commerciali che chiudono, scuole vuote…. Uno scenario veramente desolante.

PERCHÉ FACCIAMO MENO FIGLI?

Studi econometrici dimostrano che l’andamento economico negativo ha una scarsa influenza sulla fertilità, mentre hanno un peso più rilevante i mutati costumi sociali dagli anni 70 in poi. Il crollo repentino del modello patriarcale ancora diffuso all'epoca in Italia ha determinato l’amplificazione degli effetti che da noi sono stati molto più rilevanti che in altri paesi sviluppati. Il concetto di donna – mamma relegata al focolare domestico è stato superato senza, tuttavia, costruire un modello veramente alternativo. La donna ha giustamente raggiunto una emancipazione ed una parità di diritti che nessuno mette più in discussione, ma il costo è stato proprio la rinuncia al ruolo naturale di mamma.

COME AFFRONTARE IL PROBLEMA

Al momento, a parità di condizioni, l’unico argine al calo drastico è l’immigrazione, che è noto causa pesanti tensioni sociali soprattutto se male gestita. Un flusso ordinato e graduale di immigrati che si inseriscano bene nella vita del Paese non può che fare bene all'economia. Un esempio ce lo sta offrendo il Canada.

C’è poi un altro modo di affrontare il problema, ma che impone un cambiamento radicale del modo di pensare ai figli e alla famiglia. Possiamo ritenere questi aspetti della vita un problema privato: chi sceglie di fare figli se li deve mantenere. È questo l’approccio correntemente in uso in Italia dove le forme di incentivazione e di sostegno alla famiglia sono poche, confuse e limitate a nuclei familiari al limite dell’indigenza. La situazione è tale che il rischio di povertà è doppio per le famiglie numerose (dati Relazione Istat sulla povertà 2019). La Francia invece, per ostacolare questo declino, da decenni vede i figli come risorsa collettiva: i figli sono il futuro, sono il capitale umano che pagherà le pensioni dei genitori e non. Le famiglie che li mettono al mondo godono di notevoli agevolazioni fiscali: tutte, anche quelle del ceto medio (la stragrande maggioranza). Le tasse vengono pagate in base alla numerosità del nucleo familiare: una famiglia con 4 figli trattiene la quasi totalità dei guadagni. Non solo, l’intera società si è strutturata a misura di bambino. Gli asili ci sono e funzionano, anche dentro i luoghi di lavoro, costano pochissimo ed hanno orari molto estesi. Il ricorso alle tate è cosa normale. Permessi e orari flessibili per seguire i figli sono ben visti.  La donna in Francia non è messa nelle condizioni di scegliere, ma aiutata concretamente a sostenere la propria maternità senza rinunciare ai propri sogni e alle proprie ambizioni.

Il risultato: la Francia ha un tasso di fertilità pari quasi a 2, vicino alla soglia di ricambio generazionale e il tasso di occupazione femminile è del 67%, il 20% in più dell’Italia, il più alto nei paesi dell’OCSE. Anche in Italia, quando i bambini sono considerati un bene comune e non un affare privato, i figli torniamo a farli.  Bolzano ha messo in atto forme di incentivazione alla maternità e, se a metà degli anni ’90 aveva le culle vuote, oggi ha il tasso di natalità più alto d’Italia: 1,7.

Se vogliamo arginare questo problema sono necessari interventi sostanziali e non palliativi. Se abbiamo a cuore la sorte delle generazioni future (ma anche la nostra) e vogliamo evitare di trasmettere un’eredità insostenibile, è qui che andrebbero messe le risorse, in politiche lungimiranti, piuttosto che nell'ampliamento di azioni di sussidio pensionistico insostenibili. Sostenere le famiglie per noi cristiani è doppiamente importante perché è in quella tenerezza, è nell'amore familiare che facciamo la nostra prima fondamentale esperienza dell’immensa Misericordia del Padre.

 

Marco Esposito

 

 


Ecco la situazione della Liguria

 

 

Intervista a Piero Angela sul calo delle nascite

 

Ecco alcuni articoli di riferimento:

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/europa-unita-dalle-culle-vuote

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/10/03/news/inverno_demografico-208024636/

http://www.notizieitalianews.com/2018/12/linverno-demografico-in-italia-e-non.html

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