PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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07/18 Riavere noi dagli altri

È sempre bello, alla fine di un percorso o di un’esperienza tirare le
somme, provare a fare un bilancio e - se serve - mettersi anche in
discussione. Se pensiamo all’esperienza appena conclusa del Cre,
oltre al bilancio economico cui non possiamo sottrarci, mi viene
difficile provare a giudicare con il criterio del “ciò che è andato bene
e del ciò che è andato male” un’esperienza così bella e intensa, mai
noiosa e soprattutto mai scontata.
Mai scontata, sì. Perché se ci fermiamo a pensare, quello che
succede nel nostro oratorio in quel mese, come del resto in gran
parte di altri, è qualcosa che ha il sapore della speranza: sessanta
animatori, dai 16 ai 20 anni, dicono il loro sì, non a un “Don” che
sta loro particolarmente simpatico, né alla mamma che li obbliga a
fare il bravo ragazzo... Il loro “sì” ha il sapore dell’esserci.
È un “ci sono” che rompe il silenzio di mesi in cui, in oratorio, di
adolescenti se ne vedono pochi.
È un “ci sono” che li mette su un piano diverso rispetto all’essere
bambino o ragazzo; per molti è la prima grande responsabilità. È un
“ci sono” che qualcuno ha quasi vergogna a pronunciare davanti agli
amici, perché, si sa, se dopo una certa età vai in oratorio sei uno sfigato...
Questi “sì” ricevuti sono il regalo più bello che una comunità possa
raccogliere dopo aver tanto seminato. Perché sono una scelta
libera, gratuita e vera.
Libera, perché nessuno è costretto a esserci e nessun cancello
viene chiuso, per nessun motivo, dinanzi a nessuno, anche se a
volte nervi e pazienza giocano brutti scherzi.
Gratuita, perché riconoscere in termini economici la gratitudine e la
stima che nutriamo nei confronti di questi ragazzi, comporterebbe
spese ben più importanti rispetto a quelle che le possibilità di una
piccola realtà come la nostra può permettersi.
Vera, perché di scontri e di discorsi lasciati a metà per la rabbia o
l’amarezza ce ne sono stati tanti, e nonostante ciò nessuno si è mai
tirato indietro rispetto alle proprie responsabilità e ai propri impegni.
Penso che troppo poco ci ricordiamo di dirci quanto bene ci
fanno gli altri. Penso che dovremmo essere più riconoscenti, cioè
capaci di riconoscere agli altri ciò che è un bene nonostante le
antipatie e le simpatie. Penso che sia bello “riavere noi dagli altri”,
come dice Cesare Pavese nel Mestiere di vivere, per poter mettersi
in discussione e crescere come uomini e donne che non si sentano
giudicati ma amati, che non si sentano osservati ma guardati.
Poter sperimentare uno sguardo così su di sé è il riconoscimento
più alto, più vero e più bello di cui i nostri ragazzi hanno bisogno.
Sara

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