PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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07/19 - Mezzadri di Dio? Tutto da guadagnarci

 

Già in epoca tardo-romana, ma soprattutto lungo tutto il Medioevo, si diffuse in Europa una forma di contratto agrario (cioè legato alla lavorazione della terra) che andava sotto il nome di “mezzadrìa” (da una radice latina che significava “ciò che viene diviso a metà”), in base al quale un proprietario terriero (chiamato “concedente”) assegnava a un contadinocolono (detto “mezzadro”) un podere idoneo alla produzione agricola, spesso completo di abitazione per la residenza stabile del coltivatore e della sua famiglia che doveva essere proporzionata alla misura del suolo da coltivare; il mezzadro si impegnava a lavorarlo senza averne i titoli di proprietà, e partecipava con i propri familiari alle spese di gestione e agli utili nella misura, appunto, del 50%. Il principio dell’equa divisione di oneri e utili non sempre è stato rispettato in maniera adeguata: quando aumentò la pressione demografica e quindi su un terreno venivano a lavorare famiglie più numerose, la “metà” ha finito per avvantaggiare ovviamente il concedente, il quale spesso faceva il brutto e cattivo tempo concedendo le terre a chi accettava di stare alle sue condizioni. Questo generava forme più o meno mascherate di lavoro subordinato, a volte addirittura di sfruttamento della manodopera: infatti, quando la famiglia colonica era talmente numerosa che il lavoro offerto dal campo era per lei insufficiente, si creavano forme di prestazione lavorativa a favore del concedente, ma fuori dal campo di lavoro (le femmine della famiglia, ad esempio, spesso venivano impiegate come domestiche nelle case dei padroni). Spesso, il mezzadro era obbligato a fornire gratuitamente o semi-gratuitamente dei lavori di corvée (scavo di fosse di scolo, effettuazione di terrazzamenti, dissodamenti di terreni, creazione di staccionate, ecc…), oppure a effettuare consistenti donazioni gratuite di animali da cortile, di uova, e così via. Un aspetto positivo, per ciò che riguarda il rapporto tra i due soggetti, è che il mezzadro collaborava anche alla direzione dell’impresa, che pertanto veniva gestita nell’interesse di entrambi. Tuttavia, la posizione del mezzadro era assai debole a causa della possibilità di rescissione immediata e unilaterale del contratto, qualora egli non rispettasse – secondo il concedente - qualcuna delle disposizioni pattuite. In Italia, nel 1964 fu promulgata una legge che dava un giro di vite a questi abusi; ma l’istituto della mezzadria venne “abolito” (o meglio, trasformato in contratto d’affitto) solamente nel 1982. Adesso, però, qualcuno si starà chiedendo che cosa mi stia succedendo... “Cosa tira fuori don Alberto, stavolta? Che cosa c’entrano i mezzadri con l’editoriale sul notiziario parrocchiale? Che - tra l’altro - per lui dovrebbe anche essere l’ultimo, per cui ci aspetteremmo bilanci e saluti!”.

Sì, è l’ultimo mio editoriale. E difatti, non ho tradito le attese: ci si aspettava da me un bilancio di questi quattro anni, e questo è il mio bilancio. Se devo cercare un’immagine che mi aiuti a tirare le somme (un po’ prima del previsto) di questi brevi ma incredibilmente intensi anni trascorsi in mezzo a voi, quella che mi balza alla mente in maniera più immediata, ora, è questa: il mezzadro. Qui a Bolgare mi sono sentito come un contadino che lavorava una terra non sua, in accordo con un Padrone con il quale ho condiviso fatiche, progetti, gioie, soddisfazioni, delusioni, amarezze, fallimenti, raccolti abbondanti e periodi di magra, e con il quale ho stabilito un rapporto di mezzadria. Così, almeno, me l’aveva proposto Lui: lavoriamo insieme, e ci dividiamo la metà degli oneri e la metà dei profitti. Lui sarebbe rimasto proprietario del terreno, e io – da buon mezzadro - lo avrei lavorato per Lui.

A volte ho pensato che sarebbe stato più bello essere il concedente, più che il mezzadro, come fu ai tempi di alcuni miei lontani predecessori di cui, so per certo, molti dei vostri genitori erano “mezzadri”, per cui portavano al parroco la parte di raccolto che gli spettava dal lavoro effettuato nei suoi campi. A parte il fatto che i chilogrammi accumulati da me, in questi anni qui in mezzo a voi, potrebbero essere indici di un fattore di mezzadria a mio favore… e vi dico grazie, per le volte che mi avete davvero riempito di tutto, spesso gareggiando tra di voi a chi mi offriva il salame migliore! Poi, però, pensandoci bene, devo dire che sono stato tremendamente fortunato, ritrovandomi a lavorare in questo campo del Signore che si estende per 12 pertiche tra Calcinate e Telgate: perché credo di essere stato uno dei rarissimi casi – se non l’unico – a guadagnarci pur essendo mezzadro. Nessun contadino ci guadagna, a fare il mezzadro: chi guadagna è sempre il padrone. Io invece sono un mezzadro che ci ha guadagnato: più o meno rispetto al Padrone, questo non lo so. So che per me è stato un guadagno. Perché? Perché è molto, moltissimo, tremendamente più abbondante quello che ho ricevuto rispetto a quello che ho potuto dare.

Ho dato poco, davvero molto poco, e anche in questo sono stato un “mezzadro”: sono rimasto qui solo la metà del tempo per il quale ero stato nominato (davvero…non chiedetemi più il perché…vi chiedo con tanta serenità di accettare le mie scelte e quelle dei miei superiori, prese in sintonia e comunione d’intenti. E guai se vi sentite in colpa, perché non è davvero colpa di nessuno, credetemi!), e se devo paragonarmi ai miei predecessori, la proporzione diviene ancor più stridente. Eppure, per il poco tempo che ho avuto la grazia di condividere con voi, mi avete dato tantissimo, infinitamente di più di quello che io ho dato a ciascuno di voi. Sono un mezzadro che se ne va da questo campo più ricco di quando era arrivato; e questo è un bagaglio fondamentale per il mio zaino, che amo portare a spalla sempre pronto, per andare di tenda in tenda e di luogo in luogo come sto facendo ormai da oltre 25 anni senza mai piantare la tenda per troppo tempo in un determinato luogo. Mi servirà tantissimo, ora che vado a fare il “mezzadro” per davvero, diviso a metà tra due parrocchie (Selvino e Aviatico, con le relative frazioni), così come tra la parrocchia e l’università (adoro sentirmi ignorante... mi fa sentire come se non lo fossi!). Mi servirà come ricarica nei momenti difficili, come esperienza nei momenti cruciali, come bussola quando mi capiterà di “perdere la trebisonda”. Sono contento di aver imparato proprio qui, a Bolgare, a fare il parroco (almeno per quanto riguarda la presenza nella mia diocesi di origine): mi spiace di non avervi potuto dare molto, ma ci penserà qualcun altro, e in maniera lodevole, ognuno con il proprio carisma e il proprio stile.

Perché - non dimentichiamo mai le parole di Paolo ai cristiani di Corinto - “né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere”. Grazie a tutti, dal più profondo del cuore.

 

Don Alberto

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