PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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01/19 - Rugiada e Brina benedite il Signore

È vero: non ci sono più le nebbie di una volta. E nemmeno il freddo è più così pungente come anni fa. Però in questi giorni in cui, tra una confessione e l’altra, e tra una celebrazione e l’altra, riesco a cacciare la testa fuori dalla chiesa per qualche istante, mi rendo conto che l’inverno è arrivato, anche se in maniera un po’ “rocambolesca”: un pomeriggio abbiamo avuto circa 17 gradi al sole, e il giorno dopo eravamo abbondantemente sotto lo zero fin dalle prime ore del mattino, e il sole lo abbiamo visto solo tramite gli emoticon di WhatsApp...
È un clima impazzito, lo sappiamo bene: e del resto lo abbiamo fatto impazzire noi. Ma comunque, adesso, godiamoci il freddo, anche se so che a qualcuno non piace perché è già freddoloso di suo, e come ogni buona lucertola dal sangue freddo, vivrebbe perennemente al sole. Tuttavia, se non fa freddo durante la sua stagione, alla fine la paghiamo cara. L’aria si surriscalda eccessivamente, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti ogni volta che – anche non troppo distante da noi – si scatenano fenomeni atmosferici che fanno paura, e ai quali non siamo assolutamente preparati, perché figli di quel famoso “clima temperato” - basato sull’alternanza tra le quattro stagioni - che avevamo studiato a scuola quando, a geografia, si parlava del nostro Bel Paese. Poi (colpa dell’ingresso dell’Italia in Europa?) è arrivato il “clima continentale”, quello cioè che caratterizza il continente mitteleuropeo, nel quale spariscono le quattro stagioni e si passa direttamente dall’estate all’inverno, e viceversa. E alla fine, ecco il clima “globalizzato”, figlio di quel mondo in cui non si passa più nemmeno bruscamente da una stagione fredda a quella calda, ma capita sovente di vivere due o tre stagioni nell’arco delle ventiquattrore di una giornata: per cui, al caldo afoso segue la bomba d’acqua e, di sera, la nebbia ricopre la pianura. Cose da 25 gennaio, giorno della festa della Conversione dell’Apostolo Paolo, cui i nostri vecchi attribuivano le follie del clima, dicendo “San Pol convers a ‘nna fà de ogne erss!” (per la traduzione, lascio alla fantasia di ognuno...).

Al giorno d’oggi, sembra di essere sempre al 25 gennaio… però è bello vedere che ci sono ancora periodi dell’anno in cui ti alzi al mattino presto e senti il sapore della nebbia entrarti nelle narici; oppure vedi i campi tutti bianchi di brina e per un istante ti chiedi se sia gelo o neve. Ad ogni modo, anche se sono odiate l’una (la nebbia) da chi ha qualche problema con i reumatismi, l’altra (la brina) da chi soffre di geloni ai piedi, entrambe sono necessarie, vitali per la natura, quando giungono al momento opportuno. La nebbia, infatti, supplisce alla siccità invernale soprattutto nella nostra Pianura Padana, e permette alle piante e ai semi nutriti di acqua di germogliare all’inizio della primavera. E se anche la nebbia comporta un aumento degli agenti inquinanti soprattutto nelle aree urbane, è possibile porvi rimedio lasciando a casa l’auto: mentre alla siccità invernale non c’è rimedio, se non la nebbia stessa. E anche la brina e il gelo danno il loro apporto benefico: molti alberi, ad esempio, necessitano delle basse temperature affinché il gelo uccida parassiti e uova di insetti nocivi nascosti nella corteccia. Questo vale soprattutto per gli alberi che producono frutta all’inizio della stagione, come i ciliegi. Di quante cose ci priveremmo, quindi, se non avessimo nebbia e gelo, “rugiada e brina”, come le chiama il Cantico al capitolo 3 del Libro del profeta Daniele, il cui autore invita questi due elementi - insieme a tutta la creazione - a benedire il Signore! E anche noi dobbiamo benedire il Signore per il dono di questi due elementi, anche di quelli che, simbolicamente, fanno parte della nostra esistenza. Perché nebbia e brina li abbiamo anche nel nostro cuore e nella nostra vita, e non sono solo momenti difficili: sono - lo abbiamo visto - motivo di benedizione. Spesso ci capita di camminare nelle tenebre, come avvolti in una grande nebbia, nella quale ci pare difficile orientarci, proprio perché non vediamo nulla, non percepiamo se non una minima parte di quello che ci sta intorno, e andiamo avanti a tentoni, sperando di intravedere ogni tanto una luce forte che “fende” la nebbia e ci dà un punto di riferimento; oppure, andiamo a memoria, cercando di non sbagliare strada. E così, preoccupati dal non sapere dove ci conduce la vita; preoccupati di non sapere fino a quando saremo avvolti da problemi e da vuoti esistenziali che ci impediscono di fare tutto ciò che vorremmo, ci riduciamo a fare le cose che sappiamo fare, quelle che facciamo “in automatico” o “di default”, per usare una terminologia informatica moderna. E alla fine va bene così, perché le cose fatte “in automatico”, per routine, magari senza avvertirne alcun beneficio, sono quelle cose che ci salvano nei momenti “nebbiosi” e di crisi, perché sono divenute cose “abitudinarie” nel senso bello e positivo del termine, ossia “un abito”, un vestito che ci portiamo addosso tanto comodo, da divenire per noi come una seconda pelle.

Poi, però, in queste nebbie della vita, non buttiamo via l’occasione di “benedire il Signore”, di ringraziarlo e di farne motivo di lode proprio per questi momenti bui. Ci aiuteranno a non dare più per scontati la bellezza e il calore del sole, quando la nebbia si alzerà e torneremo a vedere il sereno; ma ci aiuteranno anche quando, respirando l’umidità della nebbia, daremo ai nostri polmoni la rugiada necessaria per non seccarsi, per passare la siccità invernale in maniera indenne, per riuscire a far germogliare il bene anche da situazioni di male. Perché è dalla nebbia che, senza che ce ne accorgiamo, i semi gettati nei solchi arati dei campi, emergono e germogliano, tornando a dare vita e speranza. Del resto - lo diceva anche il grande De André - “dai diamanti non nasce niente, dal letame - e quanto più se immerso nella nebbia - nasce un fiore”. È dalla notte, dal buio e dalla nebbia delle nostre sofferenze che emergono le cose più belle di noi.
E non ci fa male neppure qualche “gelata” nel nostro animo troppo spesso orgoglioso, troppo spesso focoso e irascibile, troppo spesso sanguigno e violento: “brinarci” un po’ ci aiuta a ridimensionarci, a capire che senza il calore dell’amore dentro di noi facciamo tabula rasa di qualsiasi forma di vita. Ci dà una mano anche - come per la dura e scorzosa corteccia delle piante - ad ammazzare quei parassiti nocivi che s’insidiano nel nostro cuore e che ci impediscono di far fiorire e dare frutto alla nostra esistenza, che - non dimentichiamolo - è sempre capace di donare qualcosa. Sempre. Anche quando non vediamo il sole a causa della nebbia, e il ghiaccio sui marciapiedi rischi di farci cadere in continuazione.
Va bene, se cadiamo, ci rialzeremo: ma è meglio andare al mercato della vita con un po’ di frutti ammaccati dalle nostre cadute che rimanere comodamente seduti in casa, al calduccio e senza graffi sulla pelle, accontentandoci di un po’ di cibo in scatola comprato in offerta al discount della vita.
La vita vera non fa sconti e nemmeno offerte o promozioni: perché i frutti più belli e più gustosi sono quelli che costano di più. Perché valgono di più. Perché hanno sofferto la nebbia e il gelo dell’inverno.

Buon Anno, a tutti.

Don Alberto

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