PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

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08/19 - Noi: tutti missionari per conto di Dio 

Che cosa è la missione? Perché si va in missione? Perché la Chiesa non solo è ma fa la missione? La missione è la gioia di credere nella “bella novella”, o “buona novella”, portata ai poveri pastori, e di continuare la sua diffusione: “Non temete, ecco io vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato... un salvatore che è il Cristo Signore” (Lc 2, 10-11). 
La missione è la gioia di conoscere Dio, come Padre e come amore, e annunziare agli altri, come gli Apostoli, la persona e l’opera di Gesù Cristo, il Figlio unigenito del Padre: “E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 14-16). 
Credere che Iddio mi ama produce una gioia che è contagiosa.
 La missione è credere che Gesù è morto “uno per tutti” (2 Cor 5, 12), anche per coloro che non lo sanno. Come Paolo, che non ha conosciuto Gesù durante la sua vita terrestre, anch’io e ciascuno di noi possiamo dire: “Mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2, 20), per me personalmente. Ecco perché io non posso tacere questo fatto! 
 La missione è seguire le orme di Maria, che, ben sapendo di portare nel suo grembo il Salvatore del mondo, “si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda” (Lc 1, 39). Missione è portare al mondo il fuoco che Gesù Cristo ha portato sulla terra e desidera che sia acceso quanto prima. (cfr Lc 12, 45). 
 
 La missione è portare la luce che è Gesù Cristo, “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9). La missione vuol dire coraggio, come san Paolo: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere perché io sono con te” (At 18, 9-10). La missione porta la salvezza: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rom 10, 13-14). 
 In una parola molto espressiva e sintetica la missione è una Persona: Gesù sorgente di vita per tutti.
 Riprendendo le idee cardine che papa Francesco propone per parlare di Missione, possiamo recuperare il senso vero del nostro essere Chiesa, su cui fondare sempre anche la nostra Comunità Parrocchiale. Papa Francesco, infatti, sottolinea l’importanza di una “Chiesa in uscita”, che privilegi i poveri, che raggiunga tutte le periferie del mondo, che sappia discernere e si lasci guidare sempre dallo Spirito Santo: una Chiesa nella quale palpitino costantemente gioia e speranza, pure in mezzo alle fragilità, le contraddizioni, le difficoltà, le ferite profonde e drammatiche del genere umano. 
 È partendo da questa prospettiva, così articolata, che papa Francesco concepisce la Chiesa missionaria. In modo che essa non sia più centrata su sé stessa, chiusa e senza riferimenti con il mondo che la interroga, ma si definisca soprattutto come popolo di Dio, che condivide e accoglie ogni urgenza e bisogno da parte di tutti, soprattutto gli ultimi e gli emarginati, i più poveri e gli esclusi, senza più giudicare o condannare, controllare e soppesare. Papa Francesco preferisce una Chiesa “accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. Inoltre, la vuole missionaria per “attrazione”, e non per proselitismo. 
 Per essere cristiani, e dunque missionari, occorre comprendere quanto già papa Benedetto XVI aveva esposto nella sua enciclica “Deus caritas est”, pubblicata nel Natale del 2005: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”. Questo “nuovo orizzonte” e questa “direzione decisiva”, dati alla vita del cristiano, si identificano con l’annuncio del Regno, ossia con il mandato missionario. E tale incarico deve compiersi, su suggerimento di papa Francesco, nella gioia. Gli evangelizzatori non devono essere “tristi e scoraggiati”, “impazienti e ansiosi”, andare in giro “con una faccia da funerale”. No! La Buona Novella si comunica e si testimonia con fervore e con “la gioia di Cristo”. Papa Francesco ci tiene a sottolineare un altro aspetto, non secondario, della Missione. Egli infatti ricorda a tutti i cristiani che “il primo e il più grande evangelizzatore” è Gesù. Ciò che i cristiani testimoniano con la loro vita non proviene da loro stessi, da un loro sforzo personale, ma sempre da Dio: “il primato è sempre di Dio”, “l’iniziativa è di Dio”, qualunque sia la forma di evangelizzazione posta in atto. “La Missione è il paradigma di ogni opera della Chiesa”. 
 Insieme a Papa Francesco vogliamo che la Chiesa in uscita sia “la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa”, vadano “agli incroci delle strade”, e facciano il primo passo nell’accompagnare, nel condividere, nell’accogliere i lontani e gli esclusi. La Chiesa come tale deve vivere uno “stato permanente di Missione”. La Chiesa è “centro di costante invio missionario”, che nutre “il sogno […] di arrivare a tutti”, incluse le periferie. Il più urgente orizzonte missionario è quello di avvicinare coloro che sono rimasti indietro e sono stati trascurati, percorrendo anche nuove strade, insolite e audaci, ma “in un saggio e realistico discernimento pastorale”, che superi una volta per tutte quello sterile criterio pastorale del “si è fatto sempre così”.
 Infine, la nozione di Chiesa in uscita raffigura una Chiesa “con le porte aperte”, “senza frontiere e madre di tutti”, che si comporti come il padre della parabola del figliol prodigo, in modo che si accolgano e si facciano entrare le “periferie umane” (i poveri, gli infermi, i disprezzati, i discriminati, i deboli, i dimenticati, gli emarginati, le vittime della precarietà, della sopraffazione e della violenza, coloro che sono resi o diventano schiavi, subiscono abusi e ingiustizie), “gli scarti e i rifiuti dell’umanità”, “coloro che non hanno da ricambiarti” (Luca, 14,14). Ci si ponga in ascolto e ci si prenda cura di chi è rimasto al bordo della strada, gli si dedichi tempo, ci si lasci “coinvolgere”.
 La Missione, come ci propone papa Francesco, richiede la capacità di superare chiusure mentali e preconcette, richiede coraggio, entusiasmo, senza mai fare spazio all’ansia o alla fretta, senza ipocrisia, sospetto o pregiudizi, mai limitando la testimonianza evangelica a un assistenzialismo palliativo, ma consolidando il dialogo, l’ascolto, il confronto, il rispetto, l’accoglienza, l’attenzione, il rapporto umano, la condivisione, il calarsi nei panni dell’altro, adottando linguaggi e modalità relazionali adeguate alla singola persona e alla singola situazione, e tutto questo nel nome di Cristo. 
 A tale stile di vita è chiamato ogni cristiano, ogni battezzato, religioso o laico, purché agisca sempre con senso di responsabilità, con umiltà e mitezza, con determinazione e gioia nel cuore, sotto l’impulso e l’ispirazione dello Spirito Santo, cioè con discernimento, e mai in modo disordinato, sciatto, confuso e senza orientamento. È in questo modo e in questi termini che si fa esperienza di Missione.
 Si è cristiani, e missionari, quando si vive l’urgenza di “uscire” per testimoniare a ciascuno, uscendo dal proprio guscio, “la gioia del Vangelo”. Occorre che ogni battezzato, persuaso di questa gioia, non la tenga per sé, ma, aiutato misteriosamente dallo Spirito Santo, la comunichi, la trasmetta, la condivida in modo creativo e audace, tra i limiti, le fragilità, le contraddizioni, i problemi e le angosce dei diversi contesti dell’annuncio, affinché, grazie a “una nuova stagione evangelizzatrice”, tutti riacquistino l’intima certezza di passare dalle tenebre alla luce, “facendo amicizia con Gesù”, in un contesto autentico di “fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti”. 
 Utopia? Lasciamo che ogni cristiano, che voglia identificarsi come tale, rispondendo a un siffatto mandato missionario, incontrando volti e nomi come Chiesa in uscita, assumendo la Missione che Dio gli ha affidato come elemento centrale e indispensabile dalla sua identità più profonda, sperimenti che davvero questo sogno possa diventare realtà, e gettare le basi, su fondamenta ancora più solide e durature, del Regno di Dio, inaugurato da Cristo duemila anni fa.  

 


 
 Don Cristoforo  

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