PARROCCHIA San Pietro Apostolo Bolgare

Audio

05/19 - Questione di cuore

No, non sto facendo una recensione al celebre film di Paolo Virzì del 2009: chi mi conosce sa di trovarsi di fronte a un pessimo esperto della settima arte (difficilmente riesco a vedere un film dall’inizio alla fine, specialmente la sera, d’inverno, al calduccio del camino a pellet...). Piuttosto, sto pensando, nel senso etimologico del termine, alla questione (sarebbe meglio dire “alle questioni”) legata al nostro organo vitale. Già la parola “questione” la dice lunga: perché, in realtà, il suo significato non è quello che tutti usiamo consuetudinariamente - cioè quello di “affare”, “tematica”, “problematica” - bensì è da ricondurre al latino “quaerere” che vuole dire “chiedere, interrogare, fare domande”. Le questioni del cuore, allora, nel senso più stretto del termine sarebbero “le domande del cuore”. Ma che domande si farà mai, il cuore? Che cosa ci chiediamo, col cuore? Che cosa ci chiede, il cuore? E a chi lo chiede? E chi mai chiede qualcosa al cuore?

Difficile dare una risposta, perché le questioni, le domande, quelle parti del periodo grammaticale che terminano con il punto interrogativo, ci pare strano possano venire da qualcosa che non sia la mente: è la ragione, infatti, che si pone delle domande, cercando, di conseguenza, di darsi anche delle risposte. A meno che non risentiamo della cultura biblica, dove il “cuore” non è affatto la sede dei sentimenti e degli affetti (quella viene affidata dal pio ebreo alle viscere, e nello specifico alle reni), ma proprio del pensiero, della ragione, e al massimo di quelle emozioni che scaturiscono dal pensare talmente a una cosa, al punto di desiderarla intensamente.

Eppure, se ci pensiamo bene, quante “questioni”, quante domande abbiamo nel cuore, e quante domande ci scaturiscono dal cuore, inteso proprio nel senso “occidentale” del termine, cioè come sede degli affetti e degli amori.

Come può avvenire, ad esempio, che due persone di primo acchito, a pelle, non si sopportino, provino reciproca antipatia, addirittura quasi si odino, e dopo alcuni anni le ritrovi innamorate al punto di scegliere di condividere insieme quel tratto di vita di fronte al quale, ora, provano anche un po’ di rabbia, per il tempo buttato via in precedenza? O come fanno a volersi bene due amici che in comune non hanno proprio nulla? E cos’è che spinge una persona a spendere la propria vita a servizio degli altri senza neppure conoscerli o senza ricevere da loro analoghe attenzioni, anzi, piuttosto ricevendo insulti, minacce, incomprensioni, maltrattamenti? Anche certe scelte di vita, a volte, viste con gli occhi della ragione, possono sembrare assurde: eppure, fatte con il cuore, assumono un significato che pervade la vita delle persone al punto da portarle a rinunciare a tutto pur di raggiungere un ideale. E vanno rispettate, per quello che sono, anche se incomprensibili o difficili di accettare, se sai di voler bene a una persona.

Io ho vissuto sulla mia pelle questa situazione quando scelsi, la bellezza di ventidue anni fa, ormai, di dedicare parte della mia vita - allora giovane curato d’oratorio - non più ai miei ragazzi, adolescenti e giovani, ai quali mi sentivo particolarmente legato, bensì a gente che abitava nell’altro emisfero, in un mondo che non conoscevo, dove si parlavano altre lingue, si viveva diversamente e senza tutte le comodità o i servizi anche minimi presenti qui (non parlo di cellulari o internet, allora quasi sconosciuti anche in Italia, ma di acqua e corrente elettrica). Ma il cuore mi portava là: e alle domande che mi sentivo rivolgere dentro ho risposto “sì”, assurdamente “sì”.

Certo, adesso - a detta di molti - “l’ho fatta grossa”, scegliendo (d’accordo con i miei superiori e dopo un lungo, sofferto e sereno dialogo con loro, questo ci tengo a ribadirlo) di terminare anzitempo la mia esperienza pastorale qui a Bolgare per iniziarne una nuova in un luogo vicino ma anche lontano come l’altopiano di Selvino, in una realtà, quella della montagna, così particolare, così singolare, che per essere vissuta bene va amata particolarmente. E su quello, devo dire che mi sento sereno, perché ho sempre amato le montagne (non solo le Ande!), forse perché le ritengo un luogo privilegiato per incontrare la voce di Dio... Certamente Dio mi parla anche a Bolgare, e in questi quattro anni l’ha fatto più volte, soprattutto attraverso le persone più semplici, più umili, a volte apparentemente così distanti da lui eppure così affascinate da Dio da rimanere abbagliate dalla sua luce e spesso, per questo, smarrite e confuse. Sono sincero, quando dico che mi dispiace profondamente interrompere così presto questa bella esperienza, anche perché iniziava il momento in cui potevo vivere “di rendita”, tanto le cose stavano funzionando e prendendo piede bene, su molti fronti. Tant’è che la domanda “Ma cosa ti è saltato in mente?”, continua a venirmi rivolta da più fronti, e devo essere sincero che vi leggo il più delle volte tanto, tanto affetto, insieme a dispiacere.

Ma se ho scelto così - e vi ringrazio, perché credo che dopo la rabbia e lo smarrimento iniziale, decisamente comprensibili, avete rispettato nel silenzio questa mia scelta di servizio, come vi avevo chiesto di fare - forse è stata, per l’ennesima volta nella mia vita, la risposta a una domanda del cuore. Credo sia stato il cuore, più che la mente, a mettermi in testa queste domande: “E se iniziassi già ora una nuova esperienza? E se cercassi un luogo più silenzioso, meno impegnativo, anche se meno gratificante, almeno pastoralmente? E se tornassi a dare più tempo allo studio e all’aggiornamento?”. La ragione avrebbe trovato delle risposte in maniera adeguata, non lo metto in dubbio, dandomi l’opportunità di trovare queste cose pur rimanendo qui a Bolgare.

Ma ancora una volta ho ascoltato la voce del cuore: giusta o sbagliata che sia, corretta o scorretta che sia, pensata o azzardata che sia, questo ancora non lo so. Spero che Dio e sua Madre, la cui grandezza di cuore veneriamo in questo mese di maggio, mi aiutino e ci aiutino a capirlo senza troppa fatica.

Sento comunque di avere, ancora una volta, ascoltato la voce del cuore. Qualche amico lo definisce un cuore irrequieto, il mio, in pena, bisognoso di cambiare in continuazione, sempre in fibrillazione, mai tranquillo. Può darsi. Forse è per quello che, tra le molte cose di Dio delle quali sono innamorato, ci sono la vita e il pensiero di Sant’Agostino, che così iniziava il libro delle sue Confessioni: “Sei tu, Signore, che stimoli l’uomo a dilettarsi delle tue lodi; perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”.

È questione di cuore: sempre e solo, questione di cuore.

 

Don Alberto

.

Ascolta questo articolo: